giovedì 11 maggio 2017

LA LINEA DELL'ARCANGELO MICHELE.



                                                 La linea dell'Arcangelo Michele.

Sette santuari, dall’Irlanda fino in Israele, uniti da una linea retta.
È questa la misteriosa e suggestiva Linea Sacra di San Michele che per oltre 2.000 km taglia l’Europa collegando sette monasteri dedicati all’Arcangelo Michele.
Questa linea è una delle cosiddette ‘ley lines’ ossia delle linee rette che toccano punti importanti del mondo, posti considerati già in età preistorica di valore.
Sono luoghi di alto simbolismo e spiritualità.

La Linea Sacra di San Michele è secondo la leggenda il colpo di spada che il Santo inflisse al Diavolo per mandarlo all’inferno.
In ogni caso è sorprendente la disposizione di questi santuari sulla linea: i tre siti più importanti, Mont Saint Michel in Francia, la Sacra di San Michele in val di Susa e il santuario di Monte Sant’Angelo nel Gargano sono tutti alla stessa distanza.
Inoltre la Linea Sacra è in perfetto allineamento con il tramonto del sole nel giorno del solstizio d'estate.
I sette santuari della Linea di San Michele sono: Skelling Michael (Irlanda), St. Michael’s Mount (Gran Bretagna), Mont Saint Michel (Francia), la Sacra di San Michele (Piemonte, Italia), San Michele (Puglia, Italia), Monastero di San Michele (Grecia), Monastero di Monte Carmelo (Israele).




                  Monastero di Skelling-Irlanda.


È un monastero assai poco accessibile e visitato da pochissimi turisti all’anno.
Si trova sull’isolotto di Skelling a 17 km dalle coste del Kerry.
È stato costruito intorno al 588 ed è uno dei primi esempi della Cristianità in Irlanda: è estremamente spartano, evidenza dell’ascetismo e del rigore dei primi monaci cristiani.
Si racconta che in questo isolotto l’Arcangelo apparve a San Patrizio per aiutarlo a sconfiggere le forze del male.
Il Monastero è dal 1996 patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.



           Monastero di St. Michael’s Mount-Gran Bretagna.


La Linea scende poi a Sud in Gran Bretagna, in un altro isolotto a largo della Cornovaglia dove si trova il monastero di St. Michael’s Mount.
Questa isola, di fronte alla cittadina di Marazion a cui è collegata da un servizio di traghetti e nella bassa marea da una strada, ricorda molto il ben più noto Mont San Michel in Francia.
In questo isolotto sarebbe apparso l’Arcangelo nel 495 e i monaci benedettini provenienti proprio da Mont Saint Michel vollero costruire qui un’altra abbazia dedicata al Santo.
Dell’abbazia non rimane altro che il refettorio e la chiesa e nel XVI secolo fu costruita sui resti una fortezza.


                                         
                                           
Mont Saint Michel-Francia.

La bellezza del santuario e della baia in cui sorge, sulla costa della Normandia, lo fanno uno dei siti turistici più visitati di tutta la Francia ed è patrimonio dell’Umanità dell’Unesco dal 1979.
Questo luogo già dal tempo dei Galli era intriso di forte misticismo, poi nel 709 l’Arcangelo apparve al vescovo Avranches, Sant’Auberto intimandogli che gli venisse costruita una Chiesa nella roccia.
I lavori presero il via ma fu con i monaci benedettini a partire dal 900 che l’Abbazia venne edificata. L’Abbazia presenta vari stili che si sono susseguiti con il passare dei secoli e che vanno dal carolingio al gotico.


                   

                                                 Sacra di San Michele-Italia.
                                


Proseguendo sulla Linea, a distanza di 1.000 km, arriviamo in Italia, in Piemonte, precisamente sul Monte Pirchiriano, in Val di Susa dove sorge un grande santuario, una delle architetture più importanti della regione, la Sacra di San Michele.
Questa è raggiungibile a piedi tramite un percorso che ha un dislivello di 600 m. e parte da Chiusa di San Michele e da Sant’Ambrogio.
La costruzione dell’abbazia inizia intorno all’anno mille e nel corso dei secoli si sono aggiunte nuove strutture. I monaci benedettini l’hanno sviluppata aggiungendo anche la foresteria in quanto questo luogo era di passaggio per i pellegrini che affrontavano la via Francigena.



                                           Santuario di San Michele Arcangelo-Italia.


Altri 1.000 km e arriviamo, seguendo la Linea, in Puglia, sul Gargano dove sorge il Santuario di San Michele Arcangelo.
Il Santuario fu iniziato intorno al 490 anno della prima apparizione dell’Arcangelo Michele a San Lorenzo Maiorano.
È costituito da una parte superiore dove si trova il portale romanico ed il campanile, ed una inferiore dove si trova la grotta e le cripte e in cui accede tramite la scalinata angioina.
Il Santuario è meta di moltissimi pellegrinaggi e dal 2011 è Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.


                    

                                              Monastero di San Michele-Grecia.
                     

Proseguendo arriviamo in Grecia, nel Dodecanneso, all’isola di Simy dove si trova il sesto santuario dedicato al Santo.
Fu eretto intorno al XII secolo e conserva una delle più grandi effigi dell’Arcangelo alta ben tre metri. 

                             

                                Monastero di Monte Carmelo-Israele.
                           
Ultimo Santuario della Linea Sacra si trova in Israele ed il Santuario Stella Maris sul Monte Carmelo ad Haifa.
Questo luogo è venerato fin dall’antichità e la sua costruzione come santuario cristiano e cattolico risale al XII secolo.

martedì 7 marzo 2017

MOSE' E L'ESODO: IL PASSAGGIO DEL MAR ROSSO.


Scoperto nel Mar Rosso l’esercito del Faraone che inseguì Mosè durante l’Esodo

L’Archeologia lo conferma, la divisione delle acque avvenne realmente, e quello ritrovato sui fondali del Mar Rosso è l’esercito egiziano che perseguitò Mosè durante l’Esodo, in base a numerose investigazioni effettuate da una equipe di archeologi subacquei nelle profondità di quel tratto di mare. Sarebbe il punto dove, secondo la Bibbia, si aprirono le acque, in quanto sono stati ritrovati tutti nella stessa zona, su un’area di circa 200 metri quadrati, ad un chilometro e mezzo di distanza dalla costaLa datazione delle ossa risale al XIV secolo a.C., pertanto coincide con i passi della Bibbia che colloca l’evento intorno al 1300 avanti Cristo, epoca in cui gli Ebrei furono salvati dalla schiavitù in Egitto grazie a Mosè, che li portò via con sé attraverso il deserto. Mosè e gli Ebrei percorsero un tratto di quasi 300 chilometri per una durata di 20 giorni, e giunsero alla fine del deserto del Sinai attraversando il Mar Rosso. In base ad alcuni studi, sembra che fu proprio Mosè a scrivere il libro dell’Esodo, sebbene numerose fonti attestino che sia di origini ignote.

Lo scopo iniziale di questa spedizione archeologica era di recuperare relitti ed oggetti risalenti all’Età della Pietra e del Bronzo, quando gli archeologi si sono imbattuti in una massa di ossa umane, rimanendo letteralmente a bocca aperta. Gli scienziati associati all’Università di Archeologia del Cairo, hanno così notificato di aver recuperato 400 scheletri e centinaia di armi e pezzi di armature, carri da guerra ormai diventati dimora di coralli e perfino ossa di animali di terra. Tuttavia, si presuppone che ispezionando un’area più ampia si potrebbe recuperare un esercito dalle dimensioni di ben 5000 uomini, perito in quel luogo in seguito ad un evento di proporzioni, appunto, bibliche.Ad ogni modo, l’oggetto chiave che ha dato valore e veridicità alla teoria che si tratti dell’esercito egiziano che inseguì Mosè, è la presenza di un carro riccamente decorato, sicuramente appartenente ad un principe nobile dell’epoca, ed un’arma a lama ricurva assai articolata, che era proprio utilizzata dalle figure di spicco nell’Antico Egitto, e quindi un faraone. Inoltre non c’è traccia di navi o relitti nell’area, e la posizione dei corpi intrappolati tra argilla e roccia indica che possono essere morti per mezzo di una colata di fango causata da una sorta di tsunami.

In conclusione, tutto riconduce al racconto biblico, quando l’esercito del Faraone egizio fu distrutto dalle acque che furono separate per permettere a Mosè e agli Ebrei di raggiungere la salvezza. Il fatto dunque è accaduto veramente, la Bibbia non conta favole.

Eppure, teorie scientifiche in merito avanzano l’ipotesi che la calamità si sia verificata in seguito ad un fenomeno atmosferico violento, come un potente vento desertico che ha improvvisamente ritirato le acque, per poi ritornare come un’onda gigante distruttiva. Infatti, se gli scienziati si trovano d’accordo con l’esito dei racconti religiosi, poco credito danno invece alla manifestazione divina, benché la coincidenza sia altroché strana, essendosi verificato proprio nel momento in cui stavano passando Mosè e gli Ebrei, i quali ancor più stranamente si sono salvati, al contrario dell’esercito egizio che invece è perito in massa.

Che Dio abbia potuto dare tale potere a Mosè, o che Egli stesso abbia provocato questo “miracolo”, non ritrova assensi nella Scienza, e sarebbe anche ovvio visto che non può essere dimostrato. Anzi, il fenomeno che provocò la separazione delle acque diventerebbe per gli scienziati una teoria tipica per spiegare tutti gli eventi biblici sovrannaturali, che furono pertanto causati semplicemente da fenomeni atmosferici più o meno violenti che deturpavano gli scenari dell’epoca. Insomma una scappatoia c’è sempre, quando si parla di fede a discapito di concretezza e tangibilità.

fonte: videoemagie.cloud/scoperto-nel-mar-rosso-lesercito-del-faraone-insegui-mose-esodo/

venerdì 27 gennaio 2017

PIANGERE NON SIGNIFICA ARRENDERSI.

A volte piango, perché sono stanco di essere forte.  
Concediamoci ogni tanto questa licenza per sfogarci e per recuperare il contatto con noi stessi. 

Non vuol dire essere deboli, ma capire i nostri limiti e le nostre capacità. 
 A volte siamo esausti, abbiamo raggiunto il limite delle nostre forze e abbiamo bisogno di lasciarci andare. 
Piangere non significa arrendersi e tanto meno è un segno di debolezza. 
 A volte non abbiamo altra scelta che ricorrere a questo sfogo perché siamo stanchi. 
Stanchi di essere forti. 
Perché la vita ci sta chiedendo troppo e le persone intorno a noi non sempre vedono tutto quello che stiamo facendo senza chiedere niente in cambio.  
Non portate il peso del mondo sulle vostre spalle. 
Caricate solo ciò che è davvero essenziale per voi e non dimenticate mai che il vostro cuore ha bisogno di uno spazio privilegiato per voi stessi. 

E se avete bisogno di piangere, fatelo, perché anche i forti se lo possono permettere.

Non possiamo essere sempre forti. 
Forse anche voi siete stati educati all’idea che le lacrime devono essere “trattenute”, che la vita è difficile per tutti e piangere non serve a niente. 
Questa idea, a lungo andare, può essere dannosa a livello emotivo. 
 Spesso reprimiamo il pianto cercando di nascondere quello che proviamo e lasciando credere, sotto false apparenze, che tutto vada bene. 
Sforzarsi di sembrare “normali”, nascondere sentimenti e problemi, finirà non solo per tacere le vostre emozioni di fronte agli altri, ma anche a voi stessi. 
Le emozioni soffocate sono problemi non affrontati. 
Un problema non gestito è un’emozione che finisce per essere somatizzata sotto forma di mal di testa, stanchezza, tensione muscolare, nausea e problemi digestivi. 
Non si può essere sempre forti, così come non si può nascondere disagio o tristezza per tutta la vita. Non è sano né igienico. 

È importante concedersi qualche istante di sfogo in cui le lacrime agiscono come autentico anti stress. Piangere è una cura. 
Le lacrime sono uno sfogo, rappresentano il primo passo verso il cambiamento. Piangere significa accettare le nostre emozioni e liberarle. 
Dopo il pianto, arriva la calma, ci sentiamo più rilassati, più capaci di vedere la realtà e di prendere decisioni. 
La necessità di essere forti quando la vita ci chiede troppo. 
Solo voi conoscete gli sforzi che vi hanno portati dove siete e se avete dovuto rinunciare a qualcosa per le persone che amate. 
 Tutto questo lo avete fatto come libera scelta, perché lo volevate, perché era giusto farlo; ma arriva sempre un momento in cui sembra che la vita, e ancora di più le persone che ci stanno intorno, non ci trattino con lo stesso riguardo. 

 Dobbiamo essere forti di fronte ad una società che non aiuta in ambito lavorativo o sociale. Mostrare forza di fronte ad una famiglia che non sempre è facile da tenere unita, genitori, fratelli o fidanzati che spesso non tengono conto delle nostre esigenze. 
E arrivano quei giorni in cui non ne potete più di essere forti, di farvi carico di tutto. 
Piangere diventa una necessità. 
È importante stabilire un limite, far sì che la vita ci chieda solo quello che possiamo offrirle. Nessuno è in grado di dare più di quello che ha. 
È impossibile portare allegria e felicità in famiglia se in cambio non vi ripagano con lo stesso affetto. 
La soluzione sta nell’equilibrio che ci serve per essere forti, per adempiere ai nostri impegni e per raggiungere gli obiettivi che ci siamo posti tenendo conto delle difficoltà. 

Essere forti vuol dire, per prima cosa, stare bene con noi stessi. 

Coltivate la vostra crescita personale, ritagliate momenti solo per voi stessi, godete dei vostri affetti. 
Amate tutte le persone che vi stanno vicino e, soprattutto, voi stessi. 
Il più forte è chi sa amare e allo stesso tempo, amarsi. 
Non è un discorso di egoismo. Essere forti significa anche liberarci dai pesi che intralciano la nostra crescita, che attentano al nostro benessere e che ci fanno soffrire. 
Si sa, spesso fa male, ma è necessario smettere di dare priorità a chi non ci considera. 



Essere forti implica permettersi di essere “debole” di tanto in tanto. 

Che cosa vuol dire? Avete tutto il diritto di dire che non ce la fate a reggere qualcosa, che una situazione è superiore alle vostre forze e che non potete assumere più responsabilità di quelle che già avete. 
Avete il diritto di dire che non ce la fate più, che avete bisogno di riposo. 
Avete diritto a ricevere rispetto, affetto e gratitudine. 
Chi ha bisogno di voi deve capire che anche voi avete bisogno di loro. 
E, naturalmente, avete tutto il diritto ad un momento di sfogo, di intimità, per passeggiare e pensare a voi stessi, piangere, dare ascolto ai vostri pensieri ed emozioni, prendere decisioni e andare avanti. 
Perché la vita alla fine è questo. 
Percorrere la nostra strada rimanendo in equilibrio e cercando di stare bene dentro.

 Fonte : https://dituttodalweb.blogspot.it

giovedì 24 novembre 2016

RICORDANDO BOB DYLAN.

Una "prima volta" che non si dimentica. 

    IO C'ERO ! 

Quattro amici, di grossa stazza partimmo con una Volvo vagon sgangherata per incontrare l'idolo sessantottino. 

Il premio Nobel a Bob Dylan ha fatto tornare alla mente l'epopea del cantautore americano, capace di lasciare un segno, una esibizione che resta nella storia: il cantante simbolo della rivoluzione musicale avviata negli anni Sessanta si esibì il 21 giugno del 1989 allo stadio di Cava de' Tirreni. 

Un concerto mitico che, a distanza di quasi 30 anni, viene ricordato ancora con le lacrime agli occhi dai suoi fans e che resta ancora di più nella storia per un evento cerchiato con il rosso dai suoi ammiratori. 

Dylan suonò per la prima volta in assoluto "Pancho and Lefty", pezzo tradizionale della musica popolare americana riportata al successo dal Premio Nobel 2016 per la letteratura. 
Sul web, da tempo, gira un video esclusivo di quell'esibizione destinata a restare nella storia e che ha legato indissolubilmente il suo nome a quello di Cava de' Tirreni e all'intera provincia di Salerno. 

 In questi giorni tutti i media e i principali social network sono invasi dalle immagini di Bob Dylan che ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura, un riconoscimento unico che ha ovviamente scatenato polemiche, discussioni e grandi attestati di stima. 

Venti anni dopo la sua prima candidatura, il cantante è stato riconosciuto come un vero poeta della tradizione americana, suscitando allo stesso tempo ammirazione di molti e sdegno di chi non ritiene corretta tale importante decisione. 

Il 21 giugno 1989 il cantante si esibì al “Lamberti” di Cava dei Tirreni, aprendo lo spettacolo con il brano “Subterranean homesick blues”. 

Si trattava del primo pezzo propriamente “elettrico” di Dylan, un successo senza tempo che già all’epoca era riconosciuto come grande classico, ispirato alle parole di Kerouac e alla ribellione tipica della Beat Generation. 

Durante il concerto il pubblico era incantato dalle sue parole, dalla potenza e l’energia in grado di far vibrare l’anima di ogni ascoltatore.

venerdì 18 novembre 2016

CHI SI LAMENTA SEMPRE DANNEGGIA I NEURONI DI CHI GLI STA INTORNO…LO DICE LA SCIENZA.


Quando siamo in presenza di persone che si lamentano, o che chiacchierano senza un fine costruttivo e propositivo, la qualità delle loro vibrazioni negative si ripercuote su di noi e ha un effetto nocivo sui neuroni del nostro cervello.

La lagnanza e la chiacchiera sono il frutto di un atteggiamento arcaico, una strategia di sopravvivenza, adottata dal nostro inconscio per liberarci di stati mentali ed emotivi aberranti, che purtroppo va a discapito di chi ne subisce l’influsso passivo. 

È stato scientificamente provato, che le onde magnetiche caratteristiche delle lamentele e delle chiacchiere, spengono letteralmente i neuroni dell’ippocampo, preposti tra l’altro alla risoluzione dei problemi. 
Rimanere esposti per più di trenta minuti a lagnanze, negatività e chiacchiere superflue provoca danni effettivi a livello cerebrale, sia che provengano da persone in carne ed ossa che dai media, in primis la televisione.

Cosa fare di fronte a manifestazioni di questo genere? 

I media si possono spegnere, escludere. 
Con le persone, si può invece cercare di dirottare la conversazione verso argomenti propositivi, o addirittura, suggerire molto diplomaticamente al “lamentoso”, di fare tre respiri profondi, espirando forte con la bocca. 
Naturalmente noi stessi dovremmo evitare di cadere in lagnanze e inutili chiacchiere, consapevoli del fatto che oltre a nuocere a chi ci sta intorno, stiamo letteralmente sprecando la nostra energia. Siamo così abituati a lamentarci e ad ascoltare le lamentele, da esserne perfino assuefatti. 
Ma se ascoltare le lamentele degli altri spegne i neuroni, quando siamo noi a farlo… cosa succede?

Fisiologicamente, le cellule del nostro cervello si specializzano con contenuti di basso livello, perdendo nel tempo in creatività e capacità di risolvere le situazioni critiche, uscire dalle difficoltà e mettere in moto l’inventiva, cosa che si sviluppa normalmente nelle persone che invece di scegliere la lamentela, trasformano le “crisi” in opportunità: un cervello in movimento, volto continuamente a creare, permette nell’insieme di essere più consapevoli.


Esotericamente, accade che la personalità agisce con il “pilota automatico”, addensando sempre di più quel meccanismo per cui l’ego tende a prendere il sopravvento sull’Essere. 

Ovviamente, questa percezione esula dall’insieme di cui facciamo parte e ci allontana sempre più dalla Realtà reale, cristallizzando gli schemi (e i programmi mentali) che ci fanno percepire la virtualità come realtà oggettiva.

Energeticamente, sappiamo bene, anche grazie alle moderne scoperte della Fisica Quantistica, che dove va il pensiero, l’energia fluisce e crea! 

Più i miei pensieri sono negativi, orientati alla mia sfortuna, alla crisi e al lavoro che scarseggia, al politico che si fa le vacanze di lusso alla faccia del popolo che non ce la fa, ecc… più sto nutrendo di energia quella determinata situazione. 
Psicologicamente si creerà un circolo vizioso, per cui tali pensieri negativi diverranno l’unica realtà possibile, moltiplicando proprio quelle situazioni che confermano questo processo.
Può capitarci di vivere in contesti nei quali siamo sottoposti a forti pressioni e disequilibri, ambienti carichi di stress e negatività che agiscono come dei veri e propri virus, su tutti i fronti: mentale, emozionale e fisico. 

È altresì vero che più innalziamo il nostro livello energetico, più la realtà circostante reagisce alla nostra qualità vibrazionale. 
Non solo attraiamo nella nostra vita situazioni e persone affini a ciò che siamo, ma influiamo positivamente anche sull’ambiente che ci circonda, e sulle persone con cui ci relazioniamo.
Fonte: realtofantasia.blogspot.it

giovedì 27 ottobre 2016

LA PELLE

                              Curzio Malaparte

"Ero stanco di veder soffrire gli uomini, gli animali, gli alberi, 
il cielo, la terra, il mare, 
ero stanco delle loro sofferenze, delle loro stupide e inutili sofferenze, 
dei loro terrori, della loro interminabile agonia.
 Ero stanco di aver orrore, stanco di aver pietà. 
Ah, la pietà! 
Avevo vergogna di aver pietà. 
Eppure tremavo di pietà e di orrore."

 Dopo i Racconti italiani che dettero inizio, pochi mesi dopo la sua morte, alle "Opere complete" di Curzio Malaparte sotto la direzione di Enrico Falqui, ecco ora il suo libro più famoso. 

Concepito nell'epoca più feconda dello scrittore, subito dopo la guerra e dopo Kaputt, fu pubblicato in quasi tutte le lingue, ovunque ottenendo immenso successo. 

La critica più avveduta riconobbe nell'autore de La Pelle "lo scrittore di grande talento", "Il narratore straordinario", ma anche "L'araldo nobile e disperato dell'Europa martirizzata e vinta". 

Una vita spesa per l'accusa, la condanna, il messaggio; una serie di opere di straordinario vigore e intransigenza pongono Malaparte fra gli scrittori più degni di rappresentare il nostro tempo, accanto a Hemingway, Malraux, Bernanos, come la critica di tutto il mondo affermò. 

La Pelle, in particolare, rimane senza dubbio il più forte e il più significativo fra i libri di Malaparte: per la potenza della sua polemica richiama scrittori come Miller e come Sartre, per la crudeltà dei suoi quadri la pittura di un Bosch, di un Bruegel, di un Goya.

giovedì 11 agosto 2016

CITTADINANZA ONORARIA MONSIGNOR DON GIUSEPPE OLIVA


Si è tenuto sabato 6 agosto , nella suggestiva cornice del giardino del seminario vescovile, il Consiglio Comunale straordinario con all’ordine del giorno :
Conferimento Cittadinanza Onoraria Monsignor Don Giuseppe Oliva. 

All’unanimità il Consiglio ha approvato la delibera n. 20 del 6 agosto 2016 con la quale gli si attribuisce tale onoreficenza. 

Parroco nel nostro paese da più di 40 anni, Mons. Oliva ( Don Peppino come cordialmente viene chiamato) visibilmente grato ed emozionato ha ricevuto dalle mani del Sindaco Guglielmo Armentano il dono di una pergamena a ricordo e testimonianza dell’evento.

 L’intervento emozionante del Sindaco ha espresso tanto riconoscimento e altrettanta gratitudine verso questo uomo e questo Parroco che nel corso del suo sacerdozio ha ricolmato di tutti i suoi doni di intelligenza e di cuore la comunità di Mormanno diventandone parte integrante e sostanziale, faro di riferimento e punto di arrivo.

Tanti sono stati gli interventi di stima, e di affetto che si sono succeduti dal momento in cui il Sindaco ha trasformato il Consiglio in assemblea aperta: 
dapprima il saluto del Vescovo S.E. Mons. Francesco Savino tramite un messaggio letto dal Sindaco, poi i rappresentanti di tutte le forze politiche presenti in Consiglio, la famiglia, il Parroco di Mormanno Don Francesco Di Marco, il Sindaco di Papasidero, ( paese di origine di Don Peppino ), il rappresentante della testata giornalistica “ Faro Notizie “ su cui Don Peppino scrive da 10 anni, il Presidente del Parco del Pollino che ha ricordato l’impegno sociale di Don Peppino, e infine i suoi amici di sempre il Prof. Domenico Crea e il Prof. Luigi Paternostro che ha chiuso la serata ripercorrendo brillantemente la vita, le opere di Don Peppino attraverso il suo amore per l’arte, la letteratura, la musica, la poesia che fanno di lui una presenza irripetibile ( usando le parole del prof. Paternostro ) nel nostro paese. 


La partecipazione e l’emozione dei tanti cittadini intervenuti è la dimostrazione che il conferimento della Cittadinanza Onoraria a Don Peppino è stato un atto voluto e condiviso non solo dall’Amministrazione ma da tutta la popolazione cattolica e non che riconosce in lui grandi doti di umiltà, semplicità, saggezza, disponibilità all’ascolto. 

Don Peppino è stato, è e sarà sempre per tutti i Mormannesi, di tutte le generazioni, guida spirituale e di vita reale per cui non ci resta che augurarci e augurargli con tanto affetto, ad multos annos . 

venerdì 15 aprile 2016

RESILIENZA


Definizione di Resilienza

La resilienza è la capacità di autoripararsi dopo un danno, di far fronte, resistere, ma anche costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante situazioni difficili che fanno pensare a un esito negativo.

Gli individui resilienti hanno, insomma, trovato in se stessi, nelle relazioni umane, e nei contesti di vita, quegli elementi di forza per superare le avversità, definiti fattori di protezione contrapposti ai fattori di rischio, che invece diminuiscono la capacità di sopportare il dolore.

I 5 componenti che sviluppano la Resilienza

1. L’Ottimismo.
La disposizione a cogliere il lato buono delle cose, è un’importantissima caratteristica umana che promuove il benessere individuale e preserva dal disagio e dalla sofferenza fisica e psicologica.
Chi è ottimista tende a sminuire le difficoltà della vita e a mantenere più lucidità per trovare soluzioni ai problemi .

2. L’autostima si accoppia all’ottimismo.
Avere una bassa considerazione di sé ed essere molto autocritici, infatti, conduce a una minore tolleranza delle critiche altrui, cui si associa una quota maggiore di dolore e amarezza, aumentando la possibilità di sviluppare sintomi depressivi.

3. La Robustezza psicologica (Hardiness).
Essa è a sua volta scomponibile in tre sotto-componenti, il controllo (la convinzione di essere in grado di controllare l’ambiente circostante, mobilitando quelle risorse utili per affrontare le situazioni), l’impegno (con la chiara definizione di obiettivi significativi che facilita una visione positiva di ciò che si affronta) e la sfida, che include la visione dei cambiamenti come incentivi e opportunità di crescita piuttosto che come minaccia alle proprie sicurezze.

4. Le emozioni positive,
ovvero il focalizzarsi su quello che si possiede invece che su ciò che ci manca.

5. Il supporto sociale,
definito come l’informazione, proveniente da altri, di essere oggetto di amore e di cure, di essere stimati e apprezzati.
E’ importante sottolineare come la presenza di persone disponibili all’ascolto sia efficace poichè mobilita il racconto delle proprie sventure.

Raccontare è liberarsi dal peso della sofferenza, e l’accoglienza gentile e senza rifiuti o condanne da parte degli altri segnerà il passaggio da un racconto tutto interiore, penoso e solitario (che può sfociare in forme di comunicazione delirante) alla condivisione partecipata dell’accaduto.

In definitiva, ciò che determina la qualità della resilienza è la qualità delle risorse personali e dei legami che si sono potuti creare prima e dopo l’evento traumatico. Parlare in termini di resilienza vuol dire modificare lo sguardo con cui si leggono i fenomeni e superare un processo di analisi lineare, di causa ed effetto, per cui non è più corretto ragionare dicendo per esempio: “E’ stato gravemente ferito, quindi è spacciato per tutta la vita!”




Il profilo della Resilienza

Se volessimo tracciare un profilo della persona resiliente, questa dovrebbe possedere le seguenti caratteristiche:

– Sopporta i dolori senza lamentarsi e regge le difficoltà senza disperarsi;

– Ha il coraggio di intraprendere con consapevolezza una via che sa essere tortuosa o, comunque, non la più semplice;

– Ama la vita per quello che è nel presente, e coltiva una propria spiritualità e virtù che moderano i timori di morte;

– Ricorda di essere esposta al pericolo in quanto mortale, e nel contempo affronta ciò che lo ostacola per cercare di superarlo con saggia audacia.

sabato 7 febbraio 2015

MORMANNO. Storia di un paese.

Posto a 840 metri, il territorio è completamente inserito nel perimetro del Parco Nazionale del Pollino, la cittadina si estende, dalle propaggini del Monte Costapiana al vallone Posillipo.

Collocate  su quattro colli  le abitazioni del vecchio centro storico.

Il più antico nucleo abitato è quello della "Costa", sul colle dell’Annunziata,
seguono: "San Michele"; "Torretta"; "San Rocco".


                                                                          Panorama



                                                                   Panorama dal Faro.






La Costa ...una volta.




                        Faro Votivo

L’origine di Mormanno, così come il significato del toponimo è avvolta dal mistero.

Secondo un’ipotesi di studiosi locali la nascita risalirebbe alla venuta dei longobardi in Calabria i quali insediarono uno o più "arimanni" sul colle della “Costa” che dominava la Valle del Lao a nord ed il Pantano a sud, località dalle quali si snodavano due importanti vie di comunicazioni.

"Arimanni" è un termine tipicamente longobardo, che venne tradotto in latino come "exercitales", ossia "uomini dell'esercito" (da Heer-, esercito e -Mann, uomo).
Nella società longobarda, l'Arimanno non era tuttavia un soldato nel senso in cui lo intenderemmo oggi: Arimanni erano tutti e soli i maschi longobardi liberi, e quindi non tanto in dovere, quanto in diritto di portare le armi e membri di un esercito che non era un'organizzazione separata, ma la nazione stessa perennemente in armi. Come corollario, l'Arimanno deteneva in esclusiva la pienezza dei diritti civili, quale ad esempio la capacità di possedere delle terre, e non era tenuto a svolgere alcun altro lavoro che non fosse il mestiere delle armi.

Da questo primordiale posto di guardia longobardo si sarebbe successivamente sviluppato l’antico centro abitato.

L’origine Longobarda di Mormanno sarebbe avallato dal fatto che in un’agiografia di San Leoluca da Corleone compaiono i “ Montium Miromanorum” presso i quali il Beato si sarebbe recato per venti giorni e venti notti per fare penitenza a seguito di uno screzio avuto con i confratelli.

Tale circostanza pose l’interrogativo al prof. Eduardo Pandolfi, che per primo venne in possesso della citata biografia, se i monti “Miromanurum” avessero dato origine al nome della Motta originaria o, viceversa, se dal nome della Motta fosse derivato quello dei monti.

Se fosse valido il secondo assunto si potrebbe sostenere che Mormanno esistesse prima della venuta in Calabria (IX sec.) del Beato Leoluca da Corleone.

Il nome potrebbe aver avuto origine dal personale germanico Marimannus o Merimanno.
Potrebbe anche riferirsi alla suddetta presenza di militari germanici, gli arimanni.

In un documento di non accertata autenticità redatto agli inizi del XII secolo appare il nome di terram Miromanum ceduta da Ugo di Chiaromonte, feudatario d’origine francese dell’omonimo paese lucano e vassallo del citato principato, a tale Sasso o Sassone, vescovo di Cassano allo Jonio.

Il toponimo Muromannas, figura in un testo greco nell’anno 1092.

Nel 1108 in una nota dotale si parla di beni posseduti a Muromana da tale Trotta figlia di Altruda.
L’atto è compilato dal papas Costantino, prete di Muromanas.
Nel 1195 un certo Pietro chiede ad Ilario, archimandrita del monastero di Carbone, di ornare la chiesa di S. Caterina di Muromannas.

Nel 1274 in un documento diretto al vescovo di Cassano allo Jonio, appare: “Miromagna in quo sunt fucularia hominum ultra ducentum et tres et valet annuatim auri unciae XXXVI” .

In uno scritto della cancelleria Angioina (Napoli archivio di Stato vol. 155 intitolato Carolus II), al foglio 992 datato 27 luglio 1304, si riparla di Mormanno in una petizione rivolta al vescovo di Cassano allo Jonio per riottenere il diritto di pascolo che “li homini di Miromagne” avevano sul territorio di Layno.

Nel corso dei secoli il nome di Mormanno è apparso come: Miromagnum – Miromando – Mormando – Miromannum – Miromagna – Miromagno – Miromanno – Merimagnum – Murimanno – Mormannum – Mirimagum ed infine Mormanno.

Ma la tesi alla quale sono più affezionati gli abitanti di Mormanno, sostenuta da diversi scrittori, è quella seconda la quale il toponimo originerebbe dalla scomposizione di “Miromagnum” in “miro magnum” (ammiro il grande) quindi GRAN PANORAMA il quale,, in effetti, è quello che affaccia sulla Valle del Lao fino a perdersi sulle possenti montagne lucane del Sirino e dell’ Alpe di Latronico.










sabato 10 gennaio 2015

DATE BELLEZZA.

La bellezza è l'insieme delle qualità percepite tramite i cinque sensi, che suscitano sensazioni piacevoli che attribuiamo a concetti, oggetti, animali o persone nell'universo osservato, che si sente istantaneamente durante l'esperienza, che si sviluppa spontaneamente e tende a collegarsi ad un contenuto emozionale positivo, in seguito ad un rapido paragone effettuato consciamente od inconsciamente, con un canone di riferimento interiore che può essere innato oppure acquisito per istruzione o per consuetudine sociale.

Nel suo senso più profondo, la bellezza genera un senso di riflessione benevola sul significato della propria esistenza dentro il mondo naturale.

Il bello per Aristotele e Platone è il "Vero".

Tutto con la poesia si traduce in versi mostrando gioia, dolore, angoscia.

Il poeta Ugo Fasolo, in una sua poesia, dal titolo "Date Bellezza", ci avverte con un monito tragico che la mancanza di Bellezza conduce l’uomo alla morte.

Egli dice: «più del pane c’è bisogno di bellezza», poiché «il pane sazia i vostri ventri», ma «non placa l’angoscia d’essere e il pianto», e ammonisce i ricchi ad investire i loro capitali in bellezza; attraverso gli uomini che hanno «il dono della forma armoniosa» (cioè gli artisti), lancia l’invito a costruire «statue e templi», per «non morire in ansia di Bellezza».

Il poeta ha nostalgia, malinconia, rimpianto, desiderio, struggimento al ricordo dei tempi passati, ma carichi di significato.

Il poeta si accorge infine che anche il rapporto dell’uomo con Dio viene meno, si spegne, si nega senza Bellezza.

Date bellezza


Date bellezza agli uomini che gridano

il pane e l’odio, cercate bellezza

per gli uomini affamati e d’occhi rossi

conturbati in disperazione,

irosi chiedono il pane poiché non lo sanno

di morire per fame di bellezza.

Il pane è della membra; il cibo uguale

agli uomini e alle bestie sazia i ventri

dentro annodati d’ombra. Ma chi placa

l’angoscia d’essere, il pianto del cuore,

e del passato e futuro ci accresce?

La rosa incurva i petali e splende;

e i poeti tutti, gli artisti e i musici,

a cui è dono la forma armoniosa,

sciolgano il torbido e inquieto sgomento

delle rovine e tornino alla gioia.

L’ansia dell’uomo che va sulla terra

non è di terra; anche amaro è l’amplesso

senza possesso di bellezza. E voi

che detenete potenza e danaro,

e coltivate terre e molte navi,

non dilatata solo nere fabbriche,

imbiancati ospedali o nuove macchine,

ma radunati gli uomini che sanno

le forme intende al ritmo dello spazio,

destate templi sopra le colline,

palazzi splendidi nel volto perpetuo

della bellezza. È il nostro canto d’uomini

e l’abbiamo rinnegato con Dio;

perciò moriamo in ansia di bellezza.

(Ugo Fasolo,  da L’Isola assediata,  Venezia 1957)


Questa poesia richiama l’educazione classica e la forma di bellezza che l’uomo dovrebbe rincorrere e riscoprire sempre, poiché l’incertezza del pensiero e dei costumi porta alla decomposizione degli spiriti, e l’allontanamento dalla Bellezza porta alla crisi interiore, alla perdita del senso e allo smarrimento, conseguenze dovute al distacco dalla «Forma» e dalle sue radici metafisiche.

In effetti la mancanza di Bellezza mortifica l’essenza spirituale dell’uomo; senza la Bellezza non si realizza la sua ispirazione alla pienezza, non si colma la sete di Verità e di Assoluto.

La poesia è uno dei gradini di quella lunga scala del processo educativo che ci siamo proposti di salire, anche se faticosamente, per raggiungere la vera Bellezza, quella Bellezza che ci rende liberi.

La Bellezza ci fa scoprire di essere creature di un mondo bello.

E Platone scrive nel Fedro che «la Bellezza è l’unica essenza ad essere visibile».