domenica 12 febbraio 2012

Whitney Houston.



CIAO :-)

Whitney Elizabeth Houston, nota come Whitney Houston (Newark, 9 agosto 1963 – Beverly Hills, 11 febbraio 2012), è stata una cantante e attrice statunitense.

Viene universalmente riconosciuta come una delle più iconiche e popolari cantanti di tutti i tempi, spesso chiamata semplicemente "The Voice" per le caratteristiche uniche della sua voce, soprannome datole da Oprah Winfrey.

Il suo grandissimo successo negli anni ottanta ha permesso l'apertura di mercati fino ad allora preclusi alle cantanti di colore.
Con essi la cantante ha dominato le classifiche mondiali, in particolar modo la Billboard Hot 100, nella quale ha piazzato sette singoli consecutivi alla numero uno, battendo il record di cinque appartenente a Diana Ross & The Supremes ed ai Beatles.
Le sue vendite complessive di album, singoli e video è di 170 milioni di copie.

È una delle donne di maggior successo discografico: è la quarta donna per numero di vendite negli Stati Uniti, con circa 55 milioni di dischi.
Detiene anche il primo posto nella classifica degli artisti di colore di maggior successo, insieme a Michael Jackson.

Nel 2008 il Guinness dei Primati ha dichiarato Whitney l'artista più premiata e popolare al mondo.
L'artista ha guadagnato 6 Grammy Awards e detiene il record per numero di American Music Awards, avendone ricevuti 22 in tutto.

Whitney Houston è stata inserita alla 34ª posizione nella lista dei 100 cantanti più grandi di tutti i tempi della rivista Rolling Stone.

Nata il 9 agosto 1963 a Newark, nel New Jersey, da John R. Houston ed Emily Drinkard Houston (conosciuta meglio come Cissy), e cresciuta ad East Orange, ha due fratelli: Michael e Gary.
Sua madre è da tempo cantante nel gruppo soul Sweet Inspirations, gruppo che ha fatto tour e fornito voci supporto per Elvis Presley ed Aretha Franklin, ed ha inoltre fatto parte del gruppo gospel Drinkard Sisters, insieme alle sue nipoti e cugine di Whitney, Dionne e Dee Dee Warwick.
Whitney Houston ha trascorso parte della sua adolescenza frequentando i locali notturni dove cantava la madre e ogni tanto saliva sul palco ed esibirsi con lei.

Fin da bambina, all'età di 9 anni, iniziò a cantare nel coro della Chiesa "New hope Baptist Church", dove cantò per la prima volta da solista all'età di 11 anni.

Nonostante la sua naturale attitudine per il soul e per il gospel, Whitney, nel corso della sua carriera, ha sperimentato con successo diversi stili musicali, tra cui rhythm and blues, pop, dance, ballad, country.


fonte wikipedia

giovedì 9 febbraio 2012

FOIBE ... 10 febbraio. "GIORNO DEL RICORDO".


ITALIANI VITTIME FOIBE, IL TEMPO DELLA MEMORIA.

Migliaia, forse 10 mila, gli italiani massacrati e gettati, vivi o morti, nelle Foibe (cavità carsiche) dai partigiani slavi tra il 1943 e il 1947, con modalità atroci.

Legati l'uno all'altro con filo di ferro.

Raffiche di mitra per far cadere i primi della fila nelle voragini a strapiombo.

Gli altri a seguire...

E poi, talvolta, un cane nero, gettato anch'esso nelle fosse, per impedire alle anime delle vittime di ritornare per vendicarsi,secondo una macabra credenza locale.

E' in memoria di questi poveri morti e del successivo esodo degli italiani giuliano-dalmati, costretti a lasciare terre e affetti, che si celebra, solo dal 2004, il "Giorno del Ricordo".

PERSECUZIONI DAL 1943 AL 1947.

Fu nell'autunno del 1943, dopo l'armistizio dell'8 settembre, che in Istria iniziò la persecuzione dei cittadini italiani, bollati come nemici del popolo, dai partigiani delle formazioni slave.

Non è quantificabile il numero delle vittime in quei giorni.

Molti furono fucilati.

Molti gettati nelle Foibe.

Dall'aprile fino a metà giugno del 1945 a Trieste, Gorizia e in Istria, le truppe titine infoibarono, deportarono, uccisero militari e civili italiani, ma anche civili sloveni e croati.

La persecuzione degli italiani durò fino al '47 soprattutto nella parte dell'Istria più vicina al confine italiano e sottoposta all'amministrazione provvisoria slava.

I PROFUGHI DOPO IL TRATTATO DI PARIGI.

Dopo la ratifica del Trattato di Parigi del 1947, col quale l'Italia cedeva Istria e Dalmazia alla Jugoslavia, 350 mila italiani, nati e vissuti in terre non più italiane, divennero profughi (300 mila per la storiografia jugoslava).

Gli esuli giuliano-dalmati lasciarono le loro case senza poter portare via, praticamente niente. Circa 130 le strutture, su tutto il territorio nazionale, nelle quali furono portati e dove, in condizioni spesso di grande disagio, rimasero per lunghi anni.


La "Giornata del Ricordo" è nata e si sviluppa in parallelo con la "Giornata della Memoria", celebrata il 27 gennaio e destinata a ricordare i martiri della Shoah.

"La scarsa consapevolezza del dramma delle foibe da parte dei giovani può essere ricondotta a diversi fattori.

Per motivi di tempo, difficilmente gli insegnanti riescono a completare lo studio della prima metà del Novecento.

Bisogna poi dire che larga parte dei manuali di storia più adottati è stata scritta in un periodo in cui, anche nell'editoria scolastica, era molto forte l'egemonia culturale marxista.

La pulizia etnica subita dagli italiani e il conseguente esodo italiano sono stati a lungo argomenti tabù, trattandosi di crimini compiuti dai partigiani comunisti jugoslavi".


--Enrico Nistri, scrittore e docente di storia--



GIORNO DEL RICORDO, PERCHE' IL 10 FEBBRAIO.

Con la legge 92/2004, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale 86/2004, il Parlamento ha istituito il "Giorno del ricordo", in memoria delle vittime delle Foibe e dell'esodo degli italiani giuliano-dalmati, scegliendo di celebrare questa ricorrenza il 10 febbraio.

La scelta di questa data rimanda al 10 febbraio 1947, quando fu firmato, a Parigi, il "Trattato di pace tra l'Italia e le Potenze alleate e associate" (gli avversari dell'Italia nella Seconda guerra mondiale del 1940/1945).

Questo trattato sanciva, tra l'altro, il passaggio alla Jugoslavia delle ex province italiane dell'Adriatico nord-orientale.

Si legge, in un comunicato, nel sito del Ministero dell'Istruzione.

L'obiettivo del "Giorno del Ricordo" è :
 "Conservare e rinnovare la memoria della tragedia che ha colpito gli Istriani, i Fiumani e i Dalmati nel secondo dopoguerra, vittime delle Foibe e costretti all'esodo dalle loro terre.
E' richiesto alle scuole di ogni ordine e grado, nella piena autonomia di prevedere iniziative volte a diffondere la conoscenza dei tragici eventi che costrinsero centinaia di migliaia di italiani, abitanti dell'Istria di Fiume e della Dalmazia, a lasciare le loro case, spezzando secoli di storia e di tradizioni"
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fonte televideo RAI

domenica 5 febbraio 2012

5 FEBBRAIO 1783, 120" DI PAURA ... NON DIMENTICHIAMOCI.




L'evento naturale di gran lunga più deleterio che abbia mai colpito la nostra Regione:

- - IL FLAGELLO DELLE CALABRIE - -

Lo sconvolgente terremoto che, con epicentro tra la Piana di Gioia Tauro e il Vibonese e con uno sciame sismico durato per mesi, sconvolse paesi, falciò migliaia di vite umane, cambiò l'orografia del territorio, spazzò via testimonianze di secoli della nostra civiltà.

Le località interessate furono: Bagnara, Tropea, Bivona, Castel Monardo, Capo Rizzuto, Le Castella, Pizzo Calabro, Scilla, Messina, Reggio Calabria, Stilo, Poliolo, Vallelonga, Mileto, Monteleone, Squillace, Roccella, Fossa, Catona.

Il 5 febbraio, alle 8 del mattino, uno tsunami (di intensità 3), interessò la costa ionica della Calabria. Capo Rizzuto e Le Castella vennero allagate. In entrambe le località, piuttosto vicine tra loro, il mare dapprima si ritirò (onda negativa).

Lo stesso giorno, quattro ore dopo, un altro tsunami (di intensità 11), colpì la parte sud della costa calabra, ma dall’altra parte, sul lato Tirrenico. L’onda allagò diverse località, furono danneggiati 380 villaggi. La magnitudo del terremoto, stimata, fu di 6.9 della scala Ritcher.

"Bruscamente, a mezzogiorno e mezzo, un fragore rimbombante più di un tuono violentissimo, salì dalle profondità della terra, e quasi istantaneamente una scossa, che mai eguale si ricordava fece traballare il suolo dell'intera Calabria.
La scossa durò due minuti, enorme durata per un terremoto, quantunque in se stessa brevissima.
Centoventi secondi bastarono a non lasciare in piedi per così dire una casa per l'estensione di 60 leghe quadrate circa, ed a seppellire 32 mila abitanti sotto le rovine". -François Lenormant- archeologo e numismatico francese.

(Nel 1879 visitò la Calabria partendo da Taranto; nel 1882 attraversò la Basilicata partendo da Catanzaro con destinazione Napoli. I suoi viaggi nel sud Italia sono descritti nei suoi reportage di viaggio "A travers l'Apulie et la Lucanie.")

Il Terremoto del 1783 fu la più grande catastrofe che colpì l'Italia meridionale nel XVIII secolo.

Oltre a causare danni immensi, radendo al suolo le città di Reggio e Messina, il terremoto ebbe effetti duraturi sia a livello politico, sia a livello economico e sociale, ancora oggi in Calabria vi è una superstizione: le estati molto calde (come quella del 1782) secondo la tradizione popolare precederebbero i terremoti.

La prima scossa durò 2 minuti, ebbe come epicentro una zona a sud di Polistena. All'evento principale si attribuisce un'intensità pari all'undicesimo grado della scala Mercalli (circa 7 scala Ritcher).

Alla scossa del 5 febbraio ne seguì una il 6 febbraio con epicentro a nord di Messina.
Fra il 5 ed il 7 febbraio furono contate ben 949 scosse alle quali seguì alle ore 20 del 7 febbraio una nuova scossa (con epicentro nell' attuale comune di Soriano Calabro) di intensità paragonabile alla prima, seguita 2 ore dopo da una nuova forte scossa con epicentro questa volta a sud di Messina.

Per mesi si susseguirono scosse di intensità sempre decrescente, ma le più forti furono quelle del 1 marzo 1783, con epicentro nel territorio di Polia e quella del 28 marzo, con epicentro fra i comuni di Borgia e Girifalco.

Il numero dei morti è stimato intorno alle 50.000 persone e i danni furono incalcolabili.
Quell’anno la regione è stata oggetto di ben cinque eventi sismici in un intervallo di tempo di circa due mesi (5 febbraio, 28 marzo).
Le scosse si sono succedute spostando l’epicentro dal sud della Calabria risalendo lungo l’appennino verso il nord della regione.

Questa devastante sequenza sismica, formata da cinque terremoti ben individuabili, causò danni elevatissimi in una vasta area comprendente tutta la Calabria centro-meridionale dall’istmo di Catanzaro allo Stretto, e, in Sicilia, Messina e il suo circondario.

Il quadro cumulativo dei danni è vastissimo e di gravità straordinaria: agli effetti distruttivi sugli edifici si accompagnarono estesi sconvolgimenti dei suoli e del sistema idrogeologico.
Oltre 180 centri abitati risultarono distrutti totalmente o quasi totalmente; gravi distruzioni interessarono anche centri urbani importanti per la vita politico-economica e militare del Regno di Napoli e di Sicilia, quali Messina, Reggio, Monteleone e Catanzaro.

Secondo le stime ufficiali, nella Calabria meridionale le vittime furono circa 30.000 su una popolazione di quasi 440.000 abitanti (6,8%).

L'intero aspetto del territorio fu sconvolto nei tracciati ed i sistemi di viabilità, nella topografia dei siti, nelle strutture orografiche e nella sua struttura idraulica tanto che in molte località si inaridirono antiche fonti, ne sorsero di nuove, alcuni fiumi abbandonarono l'antico letto, si produssero crepacci e talvolta succedeva che l'acqua non da fenditure saltava fuori, ma da certe conche circolari, che sul terreno si formavano e, dal centro delle medesime piuttosto che da altre parti scaturiva.

Il disordine idraulico causato dagli sconvolgimenti geologici e le non idonee condizioni igieniche del periodo, favorirono una persistente epidemia di malaria che contribui ad incrementare in maniera consistente il numero delle vittime.

La ricostruzione avvenne senza seguire fin in fondo criteri antisismici, scelta che si rivelerà disastrosa durante i successivi terremoti, soprattutto quello del 1908.

Tutta la Calabria meridionale fu colpita dal terremoto, ma la fascia tirrenica da Reggio a Maida fu pressoché devastata dal sisma.

La regione subì stravolgimenti anche dal punto di vista geomorfologico:
la sella di Marcellinara si abbassò e alcune montagne si spaccarono, come ad esempio la montagna su cui sorgeva il vecchio abitato di Oppido Mamertina che fu successivamente abbandonato.
La compressione delle acque sotterranee provocò il mutare del corso di fiumi e torrenti; vi fu ad esempio un abbassamento della valle del Mesima, mentre tutta la pianura circostante produceva conche circolari, larghe approssimativamente un paio di metri e piene di sabbia o acqua per 5–6 m, caratteristiche tipiche dei fenomeni di liquefazione del suolo indotti dalle scosse di terremoto.

Le scosse provocarono enormi frane che, ostruendo il corso dei torrenti, diedero origine a numerose paludi (solo tra Sinopoli e Seminara se ne formarono 52, mentre tra il 1783 ed il 1787 si formarono 215 laghi in tutto il territorio interessato dal sisma).
In alcuni posti irruppero dal suolo abbondanti corsi d'acqua melmosa o anche enormi zampilli di 12–20 m.
Molte zone tra cui Bagnara e Scilla furono oggetto di fenomeni bradisismici.

Il Marchese di Breme, inviato straordinario del Re di Sardegna presso la Corte di Napoli raccolse sull’evento numerose notizie che forniscono ancora oggi un quadro d'insieme avvincente ed agghiacciante dell’evento.

Inizialmente riferì a Torino con una stringata ma efficace relazione che rendeva conto delle dimensioni del disastro, anche perché fornisce un’idea della cura con cui raccoglievano le notizie i diplomatici dell’allora Regno di Sardegna.

----"RELATIONE DELL’ORRIBILE TREMOTO SEGUITO NELL’ISOLA DI SICILIA E NELLA PROVINCIA DI CALABRIA LI’ 5, 6 E 7 FEBBRAJO 1783."---

"Nel dì 9 Febbraio capitò nel Porto di Napoli un Bastimento proveniente da Messina, il quale portò l’infausta novella che il giorno 5 di detto mese la Città di Messina si era ridotta in un mucchio di sassi per l’orribile terremoto avvenuto.

Tale notizia venne confermata pochi giorni dopo, accompagnata da altre circostanze deplorabilissime e sono che la detta Città fu sobissata dopo 30 e più scottimenti di terra sentitisi per ogni parte della medesima e luoghi convicini non essendovi rimasto in piedi altro edificio se non la Chiesa delle Anime del Purgatorio ed il Convento de P.P. Cappuccini, e parte della Cittadella, contandosi circa 13 mila persone rimaste sotto le rovine di detta Città senza contarvi altri danni seguiti in altre cioè Melasso, Caronia ed altre terre non poche di detta Isola.

Questo tremuoto si estese anche per la Calabria ulteriore, e Citeriore avendo rovinate più Città e Terre, e luoghi sino al numero di 320, fra queste vi è compresa la Città di Reggio, quella di Pizzo, Miletto, Bagnara, Sinopoli, Tropea, Palmi, e Monteleone e contandosi la perdita da circa 100 m.a persone, e più con la rovina ed esterminio di moltissime famiglie feudatarie di questa Capitale; e delle magnatizie, e tra queste si contano il Principe Spinelli di Cariati, il quale oltre la rovina di 17 di lui terre sofrì la perdita di circa ducati 200 m.a di olj, che teneva ne suoi magazzeni; il Principe Ardore, il Principe della Roccella, il Duca di Popoli, il Duca di Monteleone; ed altri il Marchese d’Arena, il Duca dell’Infantade, il Duca di Capano.

Alcune scosse si sono anche udite in questa Metropoli, ma senza danno per grazia, e patrocinio del Glorioso S. Gennaro Tutelare della Città.

Si contano tra le persone grandi rimaste sotto le rovine nei loro feudi in Calabria, la rinomata e brillante Principessa di Gerace Grimaldi con l’intiera famiglia, il Duca e Duchessa della Bagnara, il Principe di Scilla, il quale fu sommerso dalle rovine mentre cercava salvarsi sopra una feluca, senza contarsi altre persone di rango perite in Messina, delle quali non se ne ha fin ora certa notizia, per non esser venuto il corriere, e per mancanza di altri riscontri.

Lo spavento, che ha recato simile disastro in tutto il Regno, ed in questa denominante è inesplicabile, talmente che si son fatti cessare i spettacoli carnovaleschi, e la pietà del Sovrano per evitare la totale rovina di tanti miserabili rimasti senza tetto, e senza sostanze, ha spedito nei detti luoghi ingenti somme di danaro, e grandi quantità di commestibili avendone fatto caricare quattro bastimenti.

S.M. avea determinato passare nella sua delizia di Caserta, ma ne fu disuaso dal suo Ministero per evitare qualunque disordine o sollevazione popolare potrebbe seguire.

Queste sono le notizie avutesi fin oggi in confuso tralasciando di descrivere altre circostanze, che non capirebbero in un foglio..."
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fonte wikipedia

giovedì 2 febbraio 2012

CANDELORA: le origini, il mito, la leggenda.

------------------ Giotto - Presentazione al Tempio.

Le origini cristiane della festa della Candelora.

Il 2 febbraio si celebra la festa della presentazione di Gesù al Tempio, "luce delle genti". L'antico rito della processione delle candele (da cui il termine "candelora") ha reso questa "festa della luce" molto popolare.
La Chiesa Cattolica celebra la Festa della Presentazione di Gesù, anche detta “Festa delle luci“.

Quaranta giorni dopo il Natale, infatti, Gesù fu condotto da Maria e Giuseppe al Tempio, sia per adempiere quanto prescritto dalla legge mosaica, sia soprattutto per incontrare il suo popolo credente ed esultante.
La “Festa delle luci” ebbe origine in Oriente con il nome di "Ipapante", cioè "Incontro".

La prima testimonianza storicamente accertata di questa festa si ha nel secolo IV a Gerusalemme.

Una importante e antica testimonianza di questa festa ci è data da Egeria (scrittrice romana del IV-V secolo) nel suo Itinerarium Egeriae (in cui descrive un viaggio nei luoghi della cristianità). Egeria ci parla di un certo “rito del Lucernare” così descrivendolo: “Si accendono tutte le lampade e i ceri, facendo così una luce grandissima” (Itinerarium 24, 4).
Questo rito del lucernare pare essere una evoluzione dell’antica festa romana dei Lupercali, che si celebrava proprio verso metà febbraio.

I Lupercali erano una festività romana che si celebrava nei giorni nefasti di febbraio, mese purificatorio (il 15 febbraio), in onore del dio Fauno nella sua accezione di Luperco, protettore del bestiame ovino e caprino dall'attacco dei lupi. Secondo Plutarco sembra fossero dei riti di purificazione

A partire dal VI secolo la festa della Candelora si estese anche in Occidente: a Roma con carattere più penitenziale e in Gallia con carattere più festoso, grazie alla processione delle candele (candelora).

-----------------Bellini - Presentazione al Tempio.


Secondo la liturgia ufficiale la festa celebra la purificazione di Maria, quaranta giorni dopo il parto, secondo un precetto dell'Antico Testamento.

Secondo la vecchia tradizione ebraica un neonato di sesso maschile apparteneva al tempio, ma poteva essere riscattato dai genitori in cambio di due colombe bianche.
Simeone vecchio sacerdote, a cui era stato rivelato che non sarebbe morto prima di vedere il Redentore, svolge la cerimonia.
Nel sottoporsi alla vecchia legge ebraica, la Vergine significa la sua umiltà e dimostra che il figlio è venuto per rispettare la vecchia legge e non distruggerla.
È proprio in rapporto a questo esempio sacro che il ciclo delle usanze relative alla nascita si chiude con la purificazione della madre, che può finalmente entrare in chiesa, e al ritorno, è accolta con un rinfresco, che segna il suo reingresso nella vita della comunità.

La festa termina con la benedizione dei ceri; tradizione popolare nata in Oriente, che già nel VII secolo aveva raggiunto a Roma una grande solennità con una lunga processione “cereorum luminibus coruscans”: e questo forse per sostituire la festa pagana dei Lupercali, anch'essa con carattere purificatorio.

A Napoli, nel Cinquecento “per ogni strada” si faceva sfoggio di ceri, torce, fiaccole a colori.

A Trapani, si rievocava, tramite una rappresentazione popolare, la purificazione di Maria.

Oggi, la festa ha perduto molte delle sue più folkloristiche manifestazioni.

A Roma, tuttavia, l'offerta dei ceri al Papa è sempre una tradizione solenne; il popolo custodisce i ceri benedetti, perché ad essi attribuisce poteri miracolosi, accendendoli al capezzale di un moribondo e esponendoli quando infuria il temporale.

Nelle predizioni meteorologiche la Candelora segna anche la fine dell'inverno, secondo il proverbio: “per la candelora dall'inverno siamo fora”; però “se è sole o solicello ce n'è un altro mesarello”.

Una famosissima credenza europea sostiene che, nel giorno della Candelora, l'orso esca dalla tana a vedere che tempo fa: se è nuvolo, con tre salti annuncia finito l'inverno, se è sereno, rientra nella tana prevedendo altri quaranta giorni di freddo.

La festa della Candelora era un appuntamento atteso anche dai pastori calabresi, i quali traevano da essa pronostici meteorologici dal comportamento dei lupi.
Scrive Antonio Francesco Angarano: “ I pastori(...) si appostavano al mattino della festa nei pressi della spelonca e attendevano che il lupo si affacciasse: se questo usciva nei campi, allora la stagione sarebbe stata piovosa, se invece si ritirava nella tana, allora la bella primavera non sarebbe tardata a venire”.

“Alla cannilora d’o vernu sumu fora, ma risponni la vecchia arraggiata ‘u vernu dura finu alla ‘Nnunziata”.
Dobbiamo figurarci un essere misterioso, un vecchio dalla folta ed ispida barba, vestito di pelli, con braccia lunghissime distese per afferrare bambini e divorarli in quel dì che scende dalle montagne, dove per lo più la immaginazione popolare si diletta di collocare gli esseri misteriosi e soprannaturali.

Nei racconti popolari il vecchio (l’essere mostruoso della Candelora) rappresenta l’inverno che si aggira nella notte intorno alle case dicendo “O fora o non fora, quaranta jurni tengu ancora”.

Questa leggenda che potrebbe riferirsi a Fauno temuto abitatore dei boschi ci richiama con qualche specialità il Mamurio Veturio dei Romani, il rappresentante del mese di marzo, principio dell’anno nuovo e termine del vecchio, ma con relazione speciale all’inverno.
Infatti nella vigilia degl’idi di marzo, al primo plenilunio di primavera, si menava per le vie di Roma sotto quel nome un uomo coperto di pelli e si cacciava fuori dalle mura.

Riunendo in uno i ventisei giorni di febbraio, che seguono il 2 dedicato alla Candelora, e i quattordici di marzo sino alla vigilia degl’idi, si hanno appunto i quaranta giorni che la leggenda assegna come termine della stagione invernale.

" Pa' Cannilora 'u vernu iè ssutu fora; ma si iessi l'orsu da' tana dici: Vulesi o no vulesi, 'n'atri quaranta jurni di vernu avesi!"
(Per la Candelora l'inverno è fuori ma, uscendo dal suo covo, l'orso afferma che ancora si avranno quaranta giorni di freddo, lo si voglia o no).