domenica 4 dicembre 2011

Un santo al mese : SANTA BARBARA DI NICODEMIA.


Nacque a Nicomedia nel 273. Si distinse per l'impegno nello studio e per la riservatezza, qualità che le giovarono la qualifica di «barbara», dal greco straniera, non romana.

" Santa Barbara ntu munti stava,
di lampi e di trona nun si scantava,
si scantava dill'ira di Diu,
Santa Barbara amuri miu "

-Filastrocca Siciliana-

" Santa Barbara nu durmiri
cà du nuvoli vidu viniri,
una di acqua, una di viento.
Fai calmare stò maletiempo. "

-Filastrocca pugliese-

Tra il 286-287 Barbara si trasferì presso la villa rustica di Scandriglia, oggi in provincia di Rieti, al seguito del padre Dioscoro, collaboratore dell'imperatore Massimiano Erculeo.

Dioscoro, fece costruire una torre per rinchiudervi la bellissima figlia richiesta in sposa da moltissimi pretendenti. Ella, però, non aveva intenzione di sposarsi, ma di consacrarsi a Dio.

Prima di entrare nella torre, non essendo ancora battezzata e volendo ricevere il sacramento della rigenerazione, si recò in una piscina d’acqua vicino alla torre e vi si immerse tre volte dicendo: “Battezzasi Barbara nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Per ordine del padre, la torre avrebbe dovuto avere due finestre, ma Barbara ne volle tre in onore della S.ma Trinità.

La conversione alla fede cristiana di Barbara provocò l'ira del padre Dioscoro. Passando miracolosamente fra le pareti della torre, riuscì a fuggire. La ragazza fu così costretta a rifugiarsi in un bosco dopo aver distrutto gli dei nella villa del padre. Trovata, il padre la condusse davanti al magistrato.

Durante il processo che iniziò il 2 dicembre 290, il prefetto Marciano cercò di convincere Barbara a recedere dal suo proposito; poi, visti inutili i tentativi, ordinò di tormentarla avvolgendole tutto il corpo in panni rozzi e ruvidi, tanto da farla sanguinare in ogni parte.

Durante la notte, continua il racconto seguendo uno schema comune alle leggende agiografiche, Barbara ebbe una visione e fu completamente risanata. Il giorno seguente il prefetto la sottomise a nuove e più crudeli torture: sulle sue carni nuovamente dilaniate fece porre piastre di ferro rovente.

Una certa Giuliana, presente al supplizio, avendo manifestato sentimenti cristiani, venne associata al martirio: le fiamme, accese ai loro fianchi per tormentarle, si spensero quasi subito. Barbara, portata ignuda per la città, ritornò miracolosamente vestita e sana, nonostante l’ordine di flagellazione.

Finalmente, il prefetto la condannò al taglio della testa; fu il padre stesso che eseguì la sentenza. Subito dopo un fuoco discese dal cielo e bruciò completamente il crudele padre, di cui non rimasero nemmeno le ceneri.

L’imperatore Giustino, nel sec. VI, avrebbe trasferito le reliquie della martire dall’Egitto a Costantinopoli; qualche secolo più tardi i veneziani le trasferirono nella loro città e di qui furono recate nella chiesa di S. Giovanni Evangelista a Torcello (1009). Il culto della martire fu assai diffuso in Italia, probabilmente importato durante il periodo dell’occupazione bizantina nel sec. VI, e si sviluppò poi durante le Crociate.

Se ne trovano tracce in Toscana, in Umbria, nella Sabina. Barbara è particolarmente invocata contro la morte improvvisa (allusione a quella del padre, secondo la leggenda); in seguito la sua protezione fu estesa a tutte le persone che erano esposte nel loro lavoro al pericolo di morte istantanea, come gli artificieri, gli artiglieri, i carpentieri, i minatori; oggi è venerata anche come protettrice dei vigili del fuoco.

Nelle navi da guerra il deposito delle munizioni è denominato “Santa Barbara”.

La festa di Barbara è celebrata il 4 dicembre.

I suoi resti si trovano nella Cattedrale di Rieti.

martedì 24 maggio 2011

24 MAGGIO 1915, L'ITALIA ENTRAVA IN GUERRA...E IL PIAVE MORMORO'.



Il conflitto fece 700mila morti e lasciò una profonda crisi politica, sociale ed economica.

«Il Piave mormorava/, calmo e placido, al passaggio/ dei primi fanti il 24 maggio».

Il 24 maggio 1915, l'Italia entrava in guerra contro gli Imperi centrali, gettandosi nella Prima Guerra Mondiale dieci mesi dopo l'inizio delle ostilità in Europa.

Era un lunedì.

Alle 3:30, precedute dai tiri degli obici, le truppe italiane oltrepassarono il confine italo-austriaco, puntando verso le «terre irredenti» del Trentino, del Friuli, della Venezia Giulia.

Nel 1918, a guerra finita, un poeta e musicista napoletano, Giovanni Gaeta, più noto con lo pseudonimo di E. A. Mario, trasformò quel momento nella «Leggenda del Piave», una canzone destinata a entrare nella memoria collettiva degli italiani.

L'Italia entrò in guerra divisa tra interventisti e neutralisti, dopo un disinvolto cambio di alleanze, dalla Triplice all'Intesa. Sulle sponde del Piave e dell'Isonzo, nelle trincee del Carso e della Bainsizza, di Asiago e di Passo Buole, di Caporetto e di Vittorio Veneto lasciò 700 mila morti.

Dalla guerra ottenne Trento e Trieste, ma ne uscì prostrata, lacerata da una profonda crisi politica, sociale ed economica, che la portò in breve al Fascismo.

Eppure la «Grande Guerra», come fu chiamata, è forse l'unica guerra della quale gli italiani abbiano - come si suol dire - una «memoria condivisa»: l'ultimo atto dell'epopea Risorgimentale.

La Prima Guerra Mondiale fu un enorme massacro: coinvolse 27 paesi, costò 10 milioni di morti, 20 milioni di feriti, enormi distruzioni.

Fu la prima guerra moderna.

Gli eserciti si trovarono impantanati nelle trincee.
Nuove armi furono impiegate su larga scala: aerei, sottomarini, carri armati, mitragliatrici, gas tossici, come il fosgene e l'iprite, che prese nome dalla località belga dove il 22 aprile 1915 fece le prime vittime.

La guerra provocò la dissoluzione dell'Impero austroungarico e di
quello ottomano e mise fine a quello degli Zar, travolto dalla rivoluzione bolscevica del 1917.

Segnò il crollo di tre dinastie secolari, gli Asburgo, gli Hohenzollern e i Romanov.

Fu l'inizio del declino della vecchia Europa e sancì l'ingresso sulla scena mondiale, come grande potenza militare ed economica, degli Stati Uniti, intervenuti nel 1917 a salvare le sorti dell'Intesa.

Si portò dietro un'epidemia - la «spagnola» - che tra 1918 e il 1919 provocò più morti della guerra; un'inflazione e una recessione che culminarono nella Grande Crisi del 1929; un'eredità di odi, frustrazioni e rivalità nazionali che nell'arco di due decenni sfociarono fatalmente nel secondo conflitto mondiale.

Una delle poche voci che si levarono contro la guerra fu quella di Benedetto XV, il «Papa della pace» del quale Joseph Ratzinger ha voluto raccogliere idealmente l'eredità, scegliendo il nome per il proprio pontificato.

Egli il 1 agosto 1917 (poco prima della rotta italiana a Caporetto del 24 ottobre 1917) chiese invano alle potenze belligeranti il disarmo e il ricorso all'arbitrato per la «cessazione di questa lotta tremenda, la quale ogni giorno più apparisce inutile strage».

Ma troppi erano i motivi che spingevano l'Europa al massacro.

La rivalità economica e gli interessi in Medio Oriente di Regno Unito e Reich tedesco; il revanscismo francese per Alsazia e Lorena; lo scontro tra pangermanesimo tedesco e panslavismo sul Baltico; gli appetiti delle maggiori potenze per le spoglie del fatiscente impero ottomano; l'irredentismo in Italia e nei Balcani, dove il serbo Gavrilo Princip fece scoccare la scintilla, assassinando l'erede al trono austriaco a Sarajevo.

Ma anche il clima culturale di un'epoca che - tra lo Stato «Dio reale» dell'idealismo hegeliano e il positivismo darwiniano di Spencer - concepì la guerra come sbocco naturale delle vertenze internazionali.

In Italia, contro l'entrata in guerra furono i cattolici, i socialisti, i giolittiani.

Per la guerra furono il governo Salandra, i liberali, i nazionalisti. Interventista fu Gabriele D'Annunzio, interprete a modo suo del «superuomo» di Nietzsche.

Interventista fu Filippo Tommaso Marinetti, che nel «Manifesto del futurismo» aveva proclamato la guerra «sola igiene del mondo».

Da neutralista in interventista si trasformò repentinamente il socialista Benito Mussolini, che lasciò la direzione dell'«Avanti!» per fondare l'ultranazionalista «Popolo d'Italia» e fu espulso dal Psi.

Nel 1919 la Conferenza di pace di Parigi, dominata dal presidente americano Woodrow Wilson, deluse le aspettative degli interventisti.

L'Italia ottenne Trento, Trieste e l'Istria, più l'Alto Adige etnicamente tedesco; ma non Fiume e la Dalmazia.

Il presidente del consiglio Orlando e il ministro degli esteri Sonnino, per protesta, abbandonarono temporaneamente la conferenza, restando fuori anche dalla spartizione delle colonie tedesche. Ne nacque il mito della «vittoria tradita», che mosse D'Annunzio e i suoi legionari a occupare Fiume e a dar vita all'effimera «Reggenza del Carnaro» e fu utilizzato a proprio vantaggio dal nascente partito fascista, avviato alla conquista del potere.

Anche la «Leggenda del Piave» di E.A. Mario finì per servire allo scopo.

La crisi economica, la svalutazione della lira, la debolezza della classe dirigente liberale, le ripetute crisi di governo, le agitazioni di piazza e l'occupazione delle fabbriche nel «biennio rosso», i timori della Corona e della borghesia fecero il resto.

Dal 4 novembre 1918, data della firma dell'armistizio con l'Austria, al 22 ottobre 1922, data della Marcia su Roma, non passarono che quattro anni.

domenica 8 maggio 2011

"SON TUTTE BELLE LE MAMME DEL MONDO"



Di mamma ce n'è una sola, e oggi, seconda domenica di maggio, si celebra la sua festa.

In Italia la festa della mamma fu festeggiata per la prima volta nel 1957 ad Assisi. 

Successivamente la festa è entrata a far parte del nostro calendario e, come in molti altri Paesi, viene celebrata la seconda domenica di maggio.

La Festa della Mamma ha origini molto antiche e muta dalla devozione verso la dea della fertilità.

Si pensa che abbia influenze collegate a divinità pagane femminili.

Gli antichi greci dedicavano un giorno all'anno alle madri:

si trattava della festa in onore della dea Rea, sposa di Crono e madre di tutti gli dei.

La ricorrenza venne poi festeggiata anche in Gran Bretagna a partire dal 1600.

La Festa della Mamma è importante in tutto il mondo, quasi tutti i Paesi del mondo hanno fatto propria la ricorrenza con modalità e date diverse.


sabato 7 maggio 2011

8° MOTORADUNO "CITTA' DI MORMANNO".

Il club "MOTO BIKERS MORMANNO", con il patrocinio del Comune di Mormanno, ha organizzato l'8° Motoraduno, 4° Nazionale, 1° d'Eccellenza "Città di Mormanno" che si terrà l'11 ed il 12 giugno 2011.

Il Motoraduno si terrà nei pressi del Lago in contrada Pantano.




sabato 2 aprile 2011

"SANTO FRATELLO CICCIO LO PAOLANO" PATRONO DI CALABRIA.


...Francesco da Paola è stato un religioso italiano, proclamato santo da papa Leone X nel 1519. ...Eremita, è il fondatore dell'Ordine dei Minimi...

È il patrono principale della Calabria, dov'è venerato in innumerevoli santuari e chiese fra i quali, in particolare, quelli di Paola, Polistena, Paterno Calabro, Terranova da Sibari, Corigliano Calabro, Marina Grande di Scilla, Catona di Reggio Calabria e Lamezia Terme-Sambiase (che custodisce la reliquia di un dito di san Francesco). Attualmente, parte delle sue reliquie si trovano presso il Santuario di San Francesco di Paola, meta di pellegrini, provenienti da tutto il mondo.

Francesco da Paola nacque a Paola (Cosenza), il 27 marzo 1416 da Giacomo D'Alessio detto Martolilla e Vienna da Fuscaldo, una coppia di coniugi dalla salda fede cattolica, devoti, in particolare, a San Francesco d'Assisi, all'intercessione del quale, pur trovandosi già in età avanzata, chiesero la grazia di un figlio.

Nato, dunque, il primogenito, fu per loro spontaneo imporgli il nome di Francesco.

Da bambino, Francesco contrasse una forma grave d'infezione ad un occhio, tanto che i genitori si rivolsero nuovamente in preghiera al "poverello d'Assisi", promettendogli, in caso di guarigione, che il piccolo avrebbe indossato per un anno intero (il cosiddetto famulato) l'abitino dell'ordine francescano.

Il decorso della malattia fu rapido.

Fin da piccolo, Francesco fu particolarmente attratto dalla pratica religiosa, denotando umiltà e docilità all'obbedienza.

All'età di tredici anni narrò della visione di un frate francescano che gli ricordava il voto fatto dai genitori.

Accolto nel convento francescano di San Marco Argentano (Cosenza), vi rimase per un anno, adempiendo alla promessa dei genitori.


Nel 1430 svolse, con la famiglia, un lungo pellegrinaggio che, avendo Assisi come mèta principale, coinvolse alcuni dei principali centri della spiritualità cattolica italiana: Loreto, Roma e Montecassino, toccando anche i romitori del Monte Luco.

Lo sfarzo della Città Eterna lo impressionò negativamente, spingendolo, sembra, a redarguire il cardinal Cusano, al quale fece notare che Gesù non aveva avuto abiti così sontuosi.

Rientrato a Paola, iniziò un periodo di vita eremitica, utilizzando un luogo impervio compreso nelle proprietà della famiglia e suscitando lo stupore dei paolani.

Nel 1435, altri si associarono a questa esperienza, riconoscendolo come guida spirituale.

Con i suoi, costruì una cappella e tre dormitori, dando, di fatto, inizio all'esperienza, tuttora in corso, dell'Ordine dei Minimi.

La fama di santità di Francesco si diffuse rapidamente, tanto che nel 1467 papa Paolo II inviò a Paola un suo emissario per avere notizie sull'eremita calabrese.

Il 17 maggio 1474, papa Sisto IV riconosceva ufficialmente il nuovo ordine con la denominazione: Congregazione eremitica paolana di San Francesco d'Assisi.

Il riconoscimento della regola di estrema austerità venne invece con papa Alessandro VI, in concomitanza con il mutamento del nome in quello, ancora attuale, di Ordine dei Minimi.

Il Regno di Napoli era in quel periodo retto dagli aragonesi, anche se localmente il potere effettivo veniva retto dalle famiglie nobiliari secondo quello che era il sistema feudale. Naturalmente le condizioni di vita non erano facili per la maggioranza della popolazione, che occupava il livello sociale più basso.

Francesco adempì anche in tale contesto storico la missione della diffusione della vita cristiana.

Fra i fenomeni soprannaturali attribuiti a Francesco vi è quello della guarigione di un ragazzo affetto da un'incurabile piaga ad un braccio, sanata con delle banali erbe comuni; lo sgorgare miracoloso dell'acqua della "Cucchiarella", che Francesco fece scaturire colpendo con il bastone una roccia presso il convento di Paola e che ancora è meta di pellegrinaggi; le pietre del miracolo che restarono in bilico mentre minacciavano di cadere sul convento ("Fermatevi, per carità").

Ma il "miracolo" più famoso è certamente quello noto come l'attraversamento dello Stretto di Messina sul suo mantello steso, dopo che il barcaiolo Pietro Coloso si era rifiutato di traghettare gratuitamente lui ed alcuni seguaci, che ha contribuito a determinarne la "nomina" a patrono della gente di mare d'Italia.



La notizia delle sue doti di santità e taumaturgia raggiunse anche la Francia, tramite i mercanti napoletani, arrivando al re Luigi XI il quale, ammalatosi gravemente, lo mandò a chiamare chiedendogli di visitarlo.

Francesco era molto restio all'idea di lasciare la sua gente bisognosa tanto da indurre il sovrano francese ad inviare un'ambasceria presso il Papa affinché ordinasse a Francesco di recarsi presso di lui


  Francesco intraprese un lungo e difficile viaggio, senza alcun mezzo di trasporto, proprio come desiderava, per la città di Tours, in compagnia di uno dei suoi confratelli e di alcuni nobili inviati dalla Francia.

La strada seguita da Francesco di Paola era la direttrice principale che collegava la Calabria a Napoli, quella antica via romana, la Popilia-Annia, attraverso la Valle del Crati e i monti del Pollino.

La leggenda popolare e la tradizione religiosa narrano che proprio lungo questo percorso il santo compì numerosi prodigi.

Giunto sul massiccio del Pollino, secondo alcuni su Monte Sant’Angelo, Francesco, consapevole di non rivedere più la sua terra, si raccolse in preghiera e si voltò verso la Calabria, benedicendola, per l’ultima volta.

 Il santo era scalzo e sulla pietra dura incise miracolosamente l’impronta dei suoi piedi, quella che tutti chiamano "a pidicata", un’ impronta che pare sia ancora su quella montagna e il cui calco è conservato nella chiesa della Maddalena a Morano Calabro.


Al suo arrivo presso la corte, nel Castello di Plessis-lez-Tours, Luigi XI gli si inginocchiò. Egli non lo guarì dal male ma l'azione di Francesco portò ad un miglioramento dei rapporti tra la Francia e il Papa.

Francesco visse in Francia circa venticinque anni e seppe farsi apprezzare dal popolo semplice come dai dotti della Sorbona.

Dopo aver trascorso gli ultimi anni in serena solitudine, morì in Francia a Plessis-les-Tours il 2 aprile 1507.


 Approssimandosi la sua fine, chiamò a sé i suoi confratelli sul letto di morte, esortandoli alla carità vicendevole e al mantenimento dell'austerità nella regola.
 Provvide alla nomina del vicario generale ed infine, dopo avere ricevuto i sacramenti, si fece leggere la Passione secondo Giovanni mentre la sua anima spirava.

Fu canonizzato nel 1519, a soli dodici anni dalla morte durante il pontificato di Papa Leone X (al quale predisse l'elezione al soglio pontificio quando questi era ancora bambino), evento molto raro per i suoi tempi.

Nel 1562, degli ugonotti forzarono la sua tomba, trovarono il corpo incorrotto e vi diedero fuoco.


La sua festa si celebra il 2 aprile, giorno della sua nascita al Cielo. Tuttavia, non potendosi spesso celebrare come festa liturgica perché quasi sempre ricorre in Quaresima, la si festeggia ogni anno a Paola nell'anniversario della sua canonizzazione, che avvenne il 1º maggio del 1519. La notizia, però, arrivò a Paola tre giorni dopo; per questo i festeggiamenti si tengono dall'1 al 4 maggio.


 

sabato 29 gennaio 2011

LA LEGGENDA DELLA MERLA.

















Era la fine del mese di gennaio e faceva un gran freddo,
freddo come non si era mai sentito prima d'allora;
tutto era coperto di neve, i prati, gli alberi, le case.

I merli allora erano tutti bianchi,
e quasi non si vedevano in mezzo a tutta quella neve.

E la merla continuava a guardare in giro,
di qua e di la',
perchè non sapeva dove andare a posarsi per il freddo che faceva.

Finalmente vide un camino che fumava e disse al merlo suo compagno:
"Guarda quel camino come fuma; entriamo a scaldarci" ;
e lui disse: "Va bene, entriamoci".

Insomma, i merli entrarono nel camino e ci rimasero tre giorni e tre notti.

Passati i tre giorni la merla guardò fuori,
vide che era spuntato nuovamente il sole e disse : "Usciamo".

Ma appena usciti si guardarono e la merla disse al merlo:
"Ma guarda come sei diventato nero !";
"Eh, ma anche tu" - rispose il merlo.

E da quel giorno i merli sono rimasti tutti neri,
con il becco giallo e le zampine gialle,
e gli ultimi tre giorni di gennaio,
in ricordo di questo avvenimento sono detti
"i giorni della merla".

I "giorni della merla" sono il 29, 30 e 31 gennaio (secondo alcuni si tratta dal 30 e 31 gennaio e 1 febbraio), giorni nei quali, attraverso dei segni, è possibile capire quale sarà il clima dell'intero anno. Si dice infatti che, se questi giorni sono freddi, la primavera sarà mite e bella, mentre, se sono caldi, la primavera arriverà in ritardo.

Riportiamo due leggende, di origine evangelica.

Un servo di Erode rubò una merla con i suoi piccoli, per prepararli con la polenta. Un merlo, nero come il carbone, prese una pagliuzza dalla culla di Gesù Bambino e la fece cadere sui  piccoli, che subito impararono a volare e così poterono scappare dalla loro prigionia. L'evento miracoloso fece sciogliere la neve e da allora, il 31 gennaio, le temperature ricominciarono a salire.

Un soldato di Erode gettò del fiele nella scodella del latte di Gesù Bambino. Una merla, che vide tutto, bevette il latte avvelenato e per tre giorni soffrì, finché, il 31 gennaio, lo stesso Gesù Bambino fece tornare un caldo sole che accelerò la guarigione della merla.

mercoledì 5 gennaio 2011

I RE MAGI.



Santi Magi d'Oriente, Ravenna -Basilica di Sant'Apollinare in Classe.


Nella tradizione cristiana i Magi sono alcuni astrologi e sacerdoti zoroastriani che, secondo il Vangelo di Matteo (2,1-12), seguendo "il suo astro" giunsero da Oriente a Gerusalemme per adorare il bambino Gesù, il "re dei Giudei" che era nato.

Gli storici e alcuni biblisti cristiani interpretano questo racconto evangelico come un particolare leggendario, mentre altri biblisti cristiani ne sostengono la veridicità. Il particolare ha comunque avuto una straordinaria fortuna artistica, in particolare nelle rappresentazioni della natività e del presepe.

Il racconto evangelico li descrive in maniera estremamente scarna e la successiva tradizione cristiana (in particolare il Vangelo armeno dell'infanzia, tuttavia di minore valore storico rispetto ai vangeli sinottici) ne ha aggiunto alcuni particolari: erano tre (sulla base dei tre doni portati, oro, incenso e mirra), erano re e si chiamavano Melchiorre, Baldassarre e Gaspare.

Magi è la traslitterazione del termine greco magos . Si tratta di un titolo riferito specificamente ai sacerdoti dello Zoroastrismo tipici dell'Impero persiano.




L'Adorazione dei Magi del Beato Angelico e di Filippo Lippi.


"I tre re pagani vennero chiamati Magi non perché fossero versati nelle arti magiche, ma per la loro grande competenza nella disciplina dell'astrologia.
Erano detti magi dai Persiani coloro che gli Ebrei chiamavano scribi, i Greci filosofi e i latini savi" —Ludolfo di Sassonia (m. 1378), Vita Christi.
In alcune versioni meno recenti delle Scritture, ad esempio la Bibbia di re Giacomo, i Magi sono indicati come Uomini Saggi, un termine arcaico per indicare i maghi o magi, con il carattere di filosofi, scienziati e personaggi importanti.
Nella Bibbia di re Giacomo, lo stesso termine greco magos che nel Vangelo secondo Matteo viene tradotto con "saggio", è reso con "stregone" negli Atti degli Apostoli (episodio di "Elimas il mago", Atti 13).
Lo stesso termine greco identifica anche Simon Mago in Atti 8.
Oggi il significato più profondo è ormai dimenticato e, quindi, tutte le traduzioni moderne usano il termine di derivazione greca, magi.

In Erodoto la parola magi era associata a personaggi dell'aristocrazia della Media ed, in particolare, ai sacerdoti astronomi della religione zoroastriana, che erano anche ritenuti capaci di uccidere i demoni e ridurli in schiavitù.
Poiché il passo di Matteo implica che fossero dediti all'osservazione delle stelle, la maggioranza dei commentatori ne conclude che il significato inteso fosse quello di "sacerdoti di Zoroastro", e che l'aggiunta "dall'Oriente" ne indicasse naturalmente l'origine persiana.
Addirittura, la traduzione dei Vangeli di Wycliffe parla direttamente di "astrologi", non di "saggi".
Nel XIV secolo la distinzione tra astronomia e astrologia non era ancora riconosciuta, e le due discipline cadevano entrambe sotto la seconda denominazione.

Anche se il sostantivo maschile magi è stato usato un paio di volte in riferimento a una donna (nell'Antologia Palatina e in Luciano), l'appartenenza alla classe dei magi era riservata ai maschi adulti. Gli antichi magi erano persiani, e poiché i territori ad oriente della Palestina biblica coincidevano con l'impero persiano, ci sono pochi dubbi sull'origine etnica e sulla religione di appartenenza dei personaggi descritti nel vangelo di Matteo.

Si noti come il termine magi sia una traduzione artificiosa atta ad evitare il termine piuttosto sgradevole di maghi che indicava i ciarlatani e gli imbroglioni.

La regalità dei "magi" non è attestata nelle fonti canoniche cristiane, né dai Padri della Chiesa, tuttavia i "magi" divengono Re magi nella tradizione liturgica cristiana in quanto la festa della Epifania è collegata al Salmo LXXI (LXXII).





Adorazione dei re Magi -Antonio Balestra




Se è vero che il brano evangelico non riporta il numero esatto dei Magi, la tradizione popolare cristiana li ha spesso identificati come i tre saggi o i tre re e ha assegnato loro i nomi di Melchiorre, Baldassarre e Gaspare.
Esistono comunque delle tradizioni alternative che portano i magi in visita a Gesù in numero minore (due) o maggiore (fino a dodici).

Fin dai primi secoli del Cristianesimo ai Magi sono stati associati gli atteggiamenti positivi della ricerca della luce spirituale e del rifiuto delle tenebre: addirittura si riteneva che con la loro opera avessero contribuito a cacciare i demoni verso gli Inferi.
E, poiché erano sacerdoti, sebbene zoroastriani, seguendo la stella e raggiungendo il neonato re di Israele, lo avrebbero anche riconosciuto come dio, anzi, come l'unico Dio venerato anche dalla rivelazione zoroastriana.
Quindi i Magi sarebbero arrivati presso la mangiatoia di Betlemme con piena coscienza dell'importanza religiosa e cosmica della nascita del Cristo.

In effetti, per il Vangelo di Matteo i Magi sarebbero stati le prime autorità religiose ad adorare il Cristo e quindi, dei tre doni che essi portavano con sé, da questo punto di vista, il più importante era l'ultimo, la mirra. Si tratta di una pianta medicinale da cui si estrae una resina gommosa, che veniva mescolata con oli per realizzare unguenti a scopo medicinale, cosmetico e anche religioso: la parola Cristo significa proprio unto, consacrato con un simbolico unguento, un crisma, per essere re, guaritore e Messia di origine divina.

Per tutte queste ragioni, il racconto dei Magi gode di un particolare rispetto presso le popolazioni cristiane.
Nel calendario liturgico dei cattolici e di altre Chiese cristiane, la visita dei Magi a Gesù bambino viene commemorata nella festa dell'Epifania, il 6 gennaio.
La Chiesa ortodossa e altre Chiese di rito orientale (che nell'Epifania ricordano il Battesimo di Cristo nel Giordano) commemorano la venuta dei Magi nel giorno stesso del Natale.

Anche se non è citato nel Corano, il racconto dei Magi era ben conosciuto in Arabia. L'enciclopedista arabo al-Tabari, nel IX secolo, riferisce dei doni portati dai Magi attribuendo loro il simbolismo che ci è usuale e citando come fonte lo scrittore del VII secolo Wahb ibn Munabbih.


La stella che attraversa il cielo, che la leggenda e l'iconografia indicano come Stella di Betlemme ed i contemporanei come "Stella della Profezia" (quella che Giuseppe Flavio riferisce al suo mecenate Vespasiano), viene spesso rappresentata come una cometa dotata di coda.
Nel racconto evangelico, la stella non è l'unico segno a identificare la cittadina di Betlemme.
Anche una interpretazione del Libro di Isaia, di cui Erode era a conoscenza, identificava Betlemme come il luogo dove sarebbe nato un re, il Messia dei Giudei, discendente o "figlio" di Davide.




I Re Magi in viaggio, scolpiti nella facciata del Duomo di Fidenza; sopra al bassorilievo i tre nomi: Caspar, Baltasar e Melchior.


Le Chiese orientali assegnano vari nomi ai Magi, ma nella tradizione occidentale si sono affermati i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre.
In altre culture i nomi sono ancora diversi, ad esempio la Chiesa cattolica etiope li chiama Hor, Basanater e Karsudan.




Una rappresentazione dei Magi a Natal (Brasile)


Catacombe di Priscilla -Roma.


Le più antiche raffigurazioni dei Magi si trovano già nelle catacombe, come per esempio nella cappella di santa Priscilla (II-III secolo). In queste prime rappresentazioni essi sono raffigurati come i Persiani, o in genere gli orientali, con una corta tunica, pantaloni aderenti (anassiridi) e berretto frigio.
Sarà nell'arte bizantina che essi verranno poi abbigliati come nobili della corte imperiale


Nell'anno 614, la Palestina fu occupata dai Persiani guidati dal re Cosroe II.
Essi distrussero quasi tutte le chiese cristiane, ma risparmiarono la Basilica della Natività di Betlemme.
Si racconta che fecero questo poiché sulla facciata della basilica vi era un mosaico che raffigurava i Magi vestiti con l'abito tradizionale persiano.


--------------fonte Wikipedia-----------

venerdì 31 dicembre 2010

giovedì 25 novembre 2010

"PERCIAVUTTI"...a Mormanno tutto il piacere di un antico rito.


Scriveva Vincenzo Padula intorno alla metà del 1800:

"Mormanno, vigne molte, miste a castagneti e ortaggi.
Si fanno o a conto proprio o a quarto o a metà.....
Le viti si tengono a busto d'uomo, per non infracidire l'uve.
Uve migliori: Nivurana, Cannamele, Nivurama mustarda, Cascarola, Castiglione, Aulivella.
Mangerecce: Guagliana nera, Lunguvarda, Jiditella coglione di gallo."





Qualcuno di questi antichi vitigni esiste ancora ma la produzione di vino è calata di molto e serve solo per uso familiare.

Essendo le zone in cui si produce ( Donna Bianca, Colle di Ferruccio, Pietragrossa, Procitta ) comunque di alta collina, il mosto matura più tardi rispetto alla norma ( S.Martino ogni mosto è vino ), perciò l'assaggio del vino nuovo avviene agl'inizi di dicembre, e precisamente, come vuole la tradizione, il giorno dell'Immacolata ( 8 dicembre ).

L'associazione Comunalia, con l'intendo di far conoscere all'esterno questa nostra antica usanza, organizza la decima edizione della manifestazione "PERCIAVUTTI".

Nel cuore dei quattro quartieri del centro storico: Capo lo serro, Casalicchio, Costa, Torretta, saranno allestiti altrettanti "Vuttari" tipici in cui avrà luogo il tradizionale rituale della perciatura delle botti.

Il vino appena spillato, sarà offerto ai convenuti che potranno gustarlo accompagnandolo con cibi della più antica tradizione mormannese e con tanta musica e allegria.

Per questa decima edizione, sarà presente la conduttrice televisiva, Chiara Giallonardo, molto stimata nella cittadina per il trascorso programma "Mezzogiorno in famiglia".

Ma andiamo per ordine, la manifestazione avrà inizio domenica 5 dicembre, alle ore 11,00 con l'apertura della terza Mostra mercato di artigianato e prodotti tipici del Pollino, mentre alle ore 16,00 nelle suggestive cripte della Cattedrale di Santa Maria del Colle, si potranno ammirare fino al 9 gennaio i Presepi.

Al via lunedi 6 alle ore 20,00 con la seconda edizione de "Il Palio delle Botti ".

La mattinata di martedi 7 inizia con la visita guidata dei "4 Vuttari.
Quattro colpi oscuri alle 19,00 daranno inizio alla "Grande festa di PERCIAVUTTI".
Ogni quartiere sarà allietato da gruppi di musica popolare, allo scattare della mezzanotte il popolo si riverserà in Piazza Umberto, perchè la festa continui, tra balli, tarantelle e fuochi pirotecnici.

Siamo giunti alla fine, mercoledi 8 alle 10,00 seconda edizione de "Gara di tiro alla fune", a seguire le varie premiazioni, il saluto delle Autorità e l'aperitivo dei "4 Quartieri".

Perciavutti 2009


Perciavutti 2010

giovedì 11 novembre 2010

Un santo al mese : SAN MARTINO DI TOURS.



La nebbia a gl'irti colli
Piovigginando sale,
E sotto il maestrale
Urla e biancheggia il mar;
Ma per le vie del borgo
Dal ribollir de' tini
Va l'aspro odor de i vini
L'anime a rallegrar.
Gira su' ceppi accesi
Lo spiedo scoppiettando:
Sta il cacciator fischiando
Su l'uscio a rimirar
Tra le rossastre nubi
Stormi d'uccelli neri,
Com'esuli pensieri,
Nel vespero migrar.

(Giosuè Carducci)



Martino di Tours (Sabaria, 316 o 317 – Candes-Saint-Martin, 8 novembre 397) vescovo e confessore, venerato come santo dalla Chiesa cattolica (è uno tra i primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa), dalla Chiesa ortodossa e da quella copta, era nativo di Sabaria Sicca (l'odierna Szombathely), in Pannonia (oggi Ungheria). Secondo alcune fonti san Martino sarebbe invece nato a Pannonhalma. La ricorrenza cade l'11 novembre, giorno dei suoi funerali a Tours.

Suo padre, che era un importante ufficiale dell'esercito dell'Impero Romano, gli diede il nome di Martino in onore di Marte, il dio della guerra. Con la famiglia si spostò a Pavia, e quindicenne, in quanto figlio di un ufficiale, dovette entrare egli stesso nell'esercito. Venne quindi mandato in Gallia; qui, ancora adolescente, si convertì al Cristianesimo e, dopo il congedo dall'esercito,divenne un monaco nella regione di Poitiers.


LA TRADIZIONE DEL TAGLIO DEL MANTELLO.

Quando Martino era ancora un militare, ebbe la visione che diverrà l'episodio più narrato della sua vita e quello più usato dall'iconografia e dalla aneddotica. Si trovava alle porte della città di Amiens con i suoi soldati quando incontrò un mendicante seminudo.
D'impulso tagliò in due il suo mantello militare e lo condivise con il mendicante. Quella notte sognò che Gesù si recava da lui e gli restituiva la metà di mantello che aveva condiviso.
Udì Gesù dire ai suoi angeli: "Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito".
Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro.
Il mantello miracoloso venne conservato come reliquia, ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei re Merovingi dei Franchi.
Il termine latino per "mantello corto", cappella, venne esteso alle persone incaricate di conservare il mantello di san Martino, i cappellani, e da questi venne applicato all'oratorio reale, che non era una chiesa, chiamato cappella.


CONVERSIONE AL CRISTIANESIMO.

Il sogno ebbe un tale impatto su Martino, che egli, già catecumeno, venne battezzato la Pasqua seguente e divenne cristiano. Decise, più tardi, di lasciare l'esercito e divenne un monaco presto seguito da alcuni compagni, fondando quello che si può definire il primo monastero d'occidente, nei pressi della città di Poitiers, a Ligugè.

Martino si adoperò per la conversione al cristianesimo della popolazione gallica, facendo molti viaggi per predicare nella Francia centrale e occidentale, soprattutto nelle aree rurali, demolendo templi e altari pagani.
Nel corso di questa opera divenne estremamente popolare, e nel 371 i cittadini di Tours lo vollero loro vescovo.
Martino fu un vescovo attivo ed un energico propagatore della fede.
Il suo prestigio si impose e si irradiò ovunque, sorretto dalle sue doti di carità, giustizia e sobrietà e dalla fama di taumaturgo.
Egli aveva della sua missione di “pastore” un concetto assai ampio, a differenza di molti vescovi del tempo, uomini di abitudini cittadine poco conoscitori della campagna e dei suoi abitanti.
Martino, uomo di preghiera e di azione, percorreva personalmente i distretti abitati dai servi agricoltori, le cui necessità spirituali erano immense, mettendo in pratica la sua grande intuizione: l'evangelizzazione delle campagne. A Tours Martino fondò un monastero a poca distanza dalle mura che divenne, per qualche tempo, la sua residenza.
Il monastero, noto in latino come Maius monasterium (monastero grande), divenne in seguito noto come Marmoutier.
L'ultimo suo atto fu ancora un gesto di concordia: si era recato, infatti, a Candes per mettere pace tra il clero locale, dove sopraggiunse la morte l'8 di novembre 397.

Martino lottò contro l'eresia ariana, in totale fedeltà alle conclusioni del Concilio di Nicea (325), consentendo di vincerla.

CULTO POPOLARE.

San Martino di Tours viene ricordato l'11 novembre, sebbene questa non sia la data della sua morte, ma quella della sua sepoltura. Questa data è diventata una festa straordinaria in tutto l'Occidente, grazie alla sua popolare fama di santità e al numero notevole di cristiani che portavano il nome di Martino. Nel Concilio di Macon, era stato deciso che sarebbe stata una festa non lavorativa.

La basilica a lui dedicata in Tours, l’edificio religioso francese più grande di quei tempi, fu tradizionale meta di pellegrinaggi medievali.
Nel 1562, in seguito alle lotte di religione che insanguinarono la Francia, fu messa al sacco dai protestanti e le sue spoglie date alle fiamme, tanto era il suo richiamo simbolico.
Durante il periodo della rivoluzione francese la basilica fu demolita quasi completamente; rimasero due torri, ancora oggi visibili.
Nel 1884 fu progettata una nuova basilica che fu consacrata nel 1925.

Molte chiese in Europa sono dedicate a san Martino. Tra queste Lucca ha dedicato a San Martino il suo Duomo.

L'11 novembre i bambini delle Fiandre e delle aree cattoliche della Germania e dell'Austria partecipano a una processione di lanterne. Spesso un uomo vestito come Martino cavalca in testa alla processione. I bambini cantano canzoni sul santo e sulle loro lanterne.
Il cibo tradizionale di questo giorno è l'oca.
Secondo la leggenda, Martino era riluttante a diventare vescovo, motivo per cui si nascose in una stalla piena di oche; il rumore fatto da queste rivelò però il suo nascondiglio alla gente che lo stava cercando. In anni recenti la processione delle lanterne si è diffusa anche nelle aree protestanti della Germania, nonostante il fatto che la Chiesa protestante non riconosca il culto dei santi.

In Italia il culto del Santo, che si espleta nel giorno della sua ricorrenza religiosa, è legato alla cosiddetta estate di san Martino la quale si manifesta, in senso meteorologico, all'inizio di novembre, e dà luogo ad alcune tradizionali feste popolari.

Nel veneziano l'11 novembre è usanza preparare il dolce di San Martino, un biscotto dolce a forma di cavaliere, decorato con confetti e caramelle.

Nel Salento, invece, l'11 novembre è occasione di ritrovo fra i giovani, che si incontrano nelle case di campagna per trascorrere la serata insieme, organizzando cene a base di piatti particolari quali carne arrostita e castagne. Sebbene non sia praticata una celebrazione religiosa a tutti gli effetti in tutto il Salento (salvo nei paesi dove San Martino è protettore), la festa di San Martino risulta comunque particolarmente cara alla popolazione locale. Il vino rappresenta la bevanda principale, nonchè quasi una sorta di simbolo, di questa "festa".

----------------------------------------- fonte : Wikipedia