domenica 5 febbraio 2012
5 FEBBRAIO 1783, 120" DI PAURA ... NON DIMENTICHIAMOCI.
L'evento naturale di gran lunga più deleterio che abbia mai colpito la nostra Regione:
- - IL FLAGELLO DELLE CALABRIE - -
Lo sconvolgente terremoto che, con epicentro tra la Piana di Gioia Tauro e il Vibonese e con uno sciame sismico durato per mesi, sconvolse paesi, falciò migliaia di vite umane, cambiò l'orografia del territorio, spazzò via testimonianze di secoli della nostra civiltà.
Le località interessate furono: Bagnara, Tropea, Bivona, Castel Monardo, Capo Rizzuto, Le Castella, Pizzo Calabro, Scilla, Messina, Reggio Calabria, Stilo, Poliolo, Vallelonga, Mileto, Monteleone, Squillace, Roccella, Fossa, Catona.
Il 5 febbraio, alle 8 del mattino, uno tsunami (di intensità 3), interessò la costa ionica della Calabria. Capo Rizzuto e Le Castella vennero allagate. In entrambe le località, piuttosto vicine tra loro, il mare dapprima si ritirò (onda negativa).
Lo stesso giorno, quattro ore dopo, un altro tsunami (di intensità 11), colpì la parte sud della costa calabra, ma dall’altra parte, sul lato Tirrenico. L’onda allagò diverse località, furono danneggiati 380 villaggi. La magnitudo del terremoto, stimata, fu di 6.9 della scala Ritcher.
"Bruscamente, a mezzogiorno e mezzo, un fragore rimbombante più di un tuono violentissimo, salì dalle profondità della terra, e quasi istantaneamente una scossa, che mai eguale si ricordava fece traballare il suolo dell'intera Calabria.
La scossa durò due minuti, enorme durata per un terremoto, quantunque in se stessa brevissima.
Centoventi secondi bastarono a non lasciare in piedi per così dire una casa per l'estensione di 60 leghe quadrate circa, ed a seppellire 32 mila abitanti sotto le rovine". -François Lenormant- archeologo e numismatico francese.
(Nel 1879 visitò la Calabria partendo da Taranto; nel 1882 attraversò la Basilicata partendo da Catanzaro con destinazione Napoli. I suoi viaggi nel sud Italia sono descritti nei suoi reportage di viaggio "A travers l'Apulie et la Lucanie.")
Il Terremoto del 1783 fu la più grande catastrofe che colpì l'Italia meridionale nel XVIII secolo.
Oltre a causare danni immensi, radendo al suolo le città di Reggio e Messina, il terremoto ebbe effetti duraturi sia a livello politico, sia a livello economico e sociale, ancora oggi in Calabria vi è una superstizione: le estati molto calde (come quella del 1782) secondo la tradizione popolare precederebbero i terremoti.
La prima scossa durò 2 minuti, ebbe come epicentro una zona a sud di Polistena. All'evento principale si attribuisce un'intensità pari all'undicesimo grado della scala Mercalli (circa 7 scala Ritcher).
Alla scossa del 5 febbraio ne seguì una il 6 febbraio con epicentro a nord di Messina.
Fra il 5 ed il 7 febbraio furono contate ben 949 scosse alle quali seguì alle ore 20 del 7 febbraio una nuova scossa (con epicentro nell' attuale comune di Soriano Calabro) di intensità paragonabile alla prima, seguita 2 ore dopo da una nuova forte scossa con epicentro questa volta a sud di Messina.
Per mesi si susseguirono scosse di intensità sempre decrescente, ma le più forti furono quelle del 1 marzo 1783, con epicentro nel territorio di Polia e quella del 28 marzo, con epicentro fra i comuni di Borgia e Girifalco.
Il numero dei morti è stimato intorno alle 50.000 persone e i danni furono incalcolabili.
Quell’anno la regione è stata oggetto di ben cinque eventi sismici in un intervallo di tempo di circa due mesi (5 febbraio, 28 marzo).
Le scosse si sono succedute spostando l’epicentro dal sud della Calabria risalendo lungo l’appennino verso il nord della regione.
Questa devastante sequenza sismica, formata da cinque terremoti ben individuabili, causò danni elevatissimi in una vasta area comprendente tutta la Calabria centro-meridionale dall’istmo di Catanzaro allo Stretto, e, in Sicilia, Messina e il suo circondario.
Il quadro cumulativo dei danni è vastissimo e di gravità straordinaria: agli effetti distruttivi sugli edifici si accompagnarono estesi sconvolgimenti dei suoli e del sistema idrogeologico.
Oltre 180 centri abitati risultarono distrutti totalmente o quasi totalmente; gravi distruzioni interessarono anche centri urbani importanti per la vita politico-economica e militare del Regno di Napoli e di Sicilia, quali Messina, Reggio, Monteleone e Catanzaro.
Secondo le stime ufficiali, nella Calabria meridionale le vittime furono circa 30.000 su una popolazione di quasi 440.000 abitanti (6,8%).
L'intero aspetto del territorio fu sconvolto nei tracciati ed i sistemi di viabilità, nella topografia dei siti, nelle strutture orografiche e nella sua struttura idraulica tanto che in molte località si inaridirono antiche fonti, ne sorsero di nuove, alcuni fiumi abbandonarono l'antico letto, si produssero crepacci e talvolta succedeva che l'acqua non da fenditure saltava fuori, ma da certe conche circolari, che sul terreno si formavano e, dal centro delle medesime piuttosto che da altre parti scaturiva.
Il disordine idraulico causato dagli sconvolgimenti geologici e le non idonee condizioni igieniche del periodo, favorirono una persistente epidemia di malaria che contribui ad incrementare in maniera consistente il numero delle vittime.
La ricostruzione avvenne senza seguire fin in fondo criteri antisismici, scelta che si rivelerà disastrosa durante i successivi terremoti, soprattutto quello del 1908.
Tutta la Calabria meridionale fu colpita dal terremoto, ma la fascia tirrenica da Reggio a Maida fu pressoché devastata dal sisma.
La regione subì stravolgimenti anche dal punto di vista geomorfologico:
la sella di Marcellinara si abbassò e alcune montagne si spaccarono, come ad esempio la montagna su cui sorgeva il vecchio abitato di Oppido Mamertina che fu successivamente abbandonato.
La compressione delle acque sotterranee provocò il mutare del corso di fiumi e torrenti; vi fu ad esempio un abbassamento della valle del Mesima, mentre tutta la pianura circostante produceva conche circolari, larghe approssimativamente un paio di metri e piene di sabbia o acqua per 5–6 m, caratteristiche tipiche dei fenomeni di liquefazione del suolo indotti dalle scosse di terremoto.
Le scosse provocarono enormi frane che, ostruendo il corso dei torrenti, diedero origine a numerose paludi (solo tra Sinopoli e Seminara se ne formarono 52, mentre tra il 1783 ed il 1787 si formarono 215 laghi in tutto il territorio interessato dal sisma).
In alcuni posti irruppero dal suolo abbondanti corsi d'acqua melmosa o anche enormi zampilli di 12–20 m.
Molte zone tra cui Bagnara e Scilla furono oggetto di fenomeni bradisismici.
Il Marchese di Breme, inviato straordinario del Re di Sardegna presso la Corte di Napoli raccolse sull’evento numerose notizie che forniscono ancora oggi un quadro d'insieme avvincente ed agghiacciante dell’evento.
Inizialmente riferì a Torino con una stringata ma efficace relazione che rendeva conto delle dimensioni del disastro, anche perché fornisce un’idea della cura con cui raccoglievano le notizie i diplomatici dell’allora Regno di Sardegna.
----"RELATIONE DELL’ORRIBILE TREMOTO SEGUITO NELL’ISOLA DI SICILIA E NELLA PROVINCIA DI CALABRIA LI’ 5, 6 E 7 FEBBRAJO 1783."---
"Nel dì 9 Febbraio capitò nel Porto di Napoli un Bastimento proveniente da Messina, il quale portò l’infausta novella che il giorno 5 di detto mese la Città di Messina si era ridotta in un mucchio di sassi per l’orribile terremoto avvenuto.
Tale notizia venne confermata pochi giorni dopo, accompagnata da altre circostanze deplorabilissime e sono che la detta Città fu sobissata dopo 30 e più scottimenti di terra sentitisi per ogni parte della medesima e luoghi convicini non essendovi rimasto in piedi altro edificio se non la Chiesa delle Anime del Purgatorio ed il Convento de P.P. Cappuccini, e parte della Cittadella, contandosi circa 13 mila persone rimaste sotto le rovine di detta Città senza contarvi altri danni seguiti in altre cioè Melasso, Caronia ed altre terre non poche di detta Isola.
Questo tremuoto si estese anche per la Calabria ulteriore, e Citeriore avendo rovinate più Città e Terre, e luoghi sino al numero di 320, fra queste vi è compresa la Città di Reggio, quella di Pizzo, Miletto, Bagnara, Sinopoli, Tropea, Palmi, e Monteleone e contandosi la perdita da circa 100 m.a persone, e più con la rovina ed esterminio di moltissime famiglie feudatarie di questa Capitale; e delle magnatizie, e tra queste si contano il Principe Spinelli di Cariati, il quale oltre la rovina di 17 di lui terre sofrì la perdita di circa ducati 200 m.a di olj, che teneva ne suoi magazzeni; il Principe Ardore, il Principe della Roccella, il Duca di Popoli, il Duca di Monteleone; ed altri il Marchese d’Arena, il Duca dell’Infantade, il Duca di Capano.
Alcune scosse si sono anche udite in questa Metropoli, ma senza danno per grazia, e patrocinio del Glorioso S. Gennaro Tutelare della Città.
Si contano tra le persone grandi rimaste sotto le rovine nei loro feudi in Calabria, la rinomata e brillante Principessa di Gerace Grimaldi con l’intiera famiglia, il Duca e Duchessa della Bagnara, il Principe di Scilla, il quale fu sommerso dalle rovine mentre cercava salvarsi sopra una feluca, senza contarsi altre persone di rango perite in Messina, delle quali non se ne ha fin ora certa notizia, per non esser venuto il corriere, e per mancanza di altri riscontri.
Lo spavento, che ha recato simile disastro in tutto il Regno, ed in questa denominante è inesplicabile, talmente che si son fatti cessare i spettacoli carnovaleschi, e la pietà del Sovrano per evitare la totale rovina di tanti miserabili rimasti senza tetto, e senza sostanze, ha spedito nei detti luoghi ingenti somme di danaro, e grandi quantità di commestibili avendone fatto caricare quattro bastimenti.
S.M. avea determinato passare nella sua delizia di Caserta, ma ne fu disuaso dal suo Ministero per evitare qualunque disordine o sollevazione popolare potrebbe seguire.
Queste sono le notizie avutesi fin oggi in confuso tralasciando di descrivere altre circostanze, che non capirebbero in un foglio...".
fonte wikipedia
giovedì 2 febbraio 2012
CANDELORA: le origini, il mito, la leggenda.
------------------ Giotto - Presentazione al Tempio.
Le origini cristiane della festa della Candelora.
Il 2 febbraio si celebra la festa della presentazione di Gesù al Tempio, "luce delle genti". L'antico rito della processione delle candele (da cui il termine "candelora") ha reso questa "festa della luce" molto popolare.
La Chiesa Cattolica celebra la Festa della Presentazione di Gesù, anche detta “Festa delle luci“.
Quaranta giorni dopo il Natale, infatti, Gesù fu condotto da Maria e Giuseppe al Tempio, sia per adempiere quanto prescritto dalla legge mosaica, sia soprattutto per incontrare il suo popolo credente ed esultante.
La “Festa delle luci” ebbe origine in Oriente con il nome di "Ipapante", cioè "Incontro".
La prima testimonianza storicamente accertata di questa festa si ha nel secolo IV a Gerusalemme.
Una importante e antica testimonianza di questa festa ci è data da Egeria (scrittrice romana del IV-V secolo) nel suo Itinerarium Egeriae (in cui descrive un viaggio nei luoghi della cristianità). Egeria ci parla di un certo “rito del Lucernare” così descrivendolo: “Si accendono tutte le lampade e i ceri, facendo così una luce grandissima” (Itinerarium 24, 4).
Questo rito del lucernare pare essere una evoluzione dell’antica festa romana dei Lupercali, che si celebrava proprio verso metà febbraio.
I Lupercali erano una festività romana che si celebrava nei giorni nefasti di febbraio, mese purificatorio (il 15 febbraio), in onore del dio Fauno nella sua accezione di Luperco, protettore del bestiame ovino e caprino dall'attacco dei lupi. Secondo Plutarco sembra fossero dei riti di purificazione
A partire dal VI secolo la festa della Candelora si estese anche in Occidente: a Roma con carattere più penitenziale e in Gallia con carattere più festoso, grazie alla processione delle candele (candelora).
-----------------Bellini - Presentazione al Tempio.
Secondo la liturgia ufficiale la festa celebra la purificazione di Maria, quaranta giorni dopo il parto, secondo un precetto dell'Antico Testamento.
Secondo la vecchia tradizione ebraica un neonato di sesso maschile apparteneva al tempio, ma poteva essere riscattato dai genitori in cambio di due colombe bianche.
Simeone vecchio sacerdote, a cui era stato rivelato che non sarebbe morto prima di vedere il Redentore, svolge la cerimonia.
Nel sottoporsi alla vecchia legge ebraica, la Vergine significa la sua umiltà e dimostra che il figlio è venuto per rispettare la vecchia legge e non distruggerla.
È proprio in rapporto a questo esempio sacro che il ciclo delle usanze relative alla nascita si chiude con la purificazione della madre, che può finalmente entrare in chiesa, e al ritorno, è accolta con un rinfresco, che segna il suo reingresso nella vita della comunità.
La festa termina con la benedizione dei ceri; tradizione popolare nata in Oriente, che già nel VII secolo aveva raggiunto a Roma una grande solennità con una lunga processione “cereorum luminibus coruscans”: e questo forse per sostituire la festa pagana dei Lupercali, anch'essa con carattere purificatorio.
A Napoli, nel Cinquecento “per ogni strada” si faceva sfoggio di ceri, torce, fiaccole a colori.
A Trapani, si rievocava, tramite una rappresentazione popolare, la purificazione di Maria.
Oggi, la festa ha perduto molte delle sue più folkloristiche manifestazioni.
A Roma, tuttavia, l'offerta dei ceri al Papa è sempre una tradizione solenne; il popolo custodisce i ceri benedetti, perché ad essi attribuisce poteri miracolosi, accendendoli al capezzale di un moribondo e esponendoli quando infuria il temporale.
Nelle predizioni meteorologiche la Candelora segna anche la fine dell'inverno, secondo il proverbio: “per la candelora dall'inverno siamo fora”; però “se è sole o solicello ce n'è un altro mesarello”.
Una famosissima credenza europea sostiene che, nel giorno della Candelora, l'orso esca dalla tana a vedere che tempo fa: se è nuvolo, con tre salti annuncia finito l'inverno, se è sereno, rientra nella tana prevedendo altri quaranta giorni di freddo.
La festa della Candelora era un appuntamento atteso anche dai pastori calabresi, i quali traevano da essa pronostici meteorologici dal comportamento dei lupi.
Scrive Antonio Francesco Angarano: “ I pastori(...) si appostavano al mattino della festa nei pressi della spelonca e attendevano che il lupo si affacciasse: se questo usciva nei campi, allora la stagione sarebbe stata piovosa, se invece si ritirava nella tana, allora la bella primavera non sarebbe tardata a venire”.
“Alla cannilora d’o vernu sumu fora, ma risponni la vecchia arraggiata ‘u vernu dura finu alla ‘Nnunziata”.
Dobbiamo figurarci un essere misterioso, un vecchio dalla folta ed ispida barba, vestito di pelli, con braccia lunghissime distese per afferrare bambini e divorarli in quel dì che scende dalle montagne, dove per lo più la immaginazione popolare si diletta di collocare gli esseri misteriosi e soprannaturali.
Nei racconti popolari il vecchio (l’essere mostruoso della Candelora) rappresenta l’inverno che si aggira nella notte intorno alle case dicendo “O fora o non fora, quaranta jurni tengu ancora”.
Questa leggenda che potrebbe riferirsi a Fauno temuto abitatore dei boschi ci richiama con qualche specialità il Mamurio Veturio dei Romani, il rappresentante del mese di marzo, principio dell’anno nuovo e termine del vecchio, ma con relazione speciale all’inverno.
Infatti nella vigilia degl’idi di marzo, al primo plenilunio di primavera, si menava per le vie di Roma sotto quel nome un uomo coperto di pelli e si cacciava fuori dalle mura.
Riunendo in uno i ventisei giorni di febbraio, che seguono il 2 dedicato alla Candelora, e i quattordici di marzo sino alla vigilia degl’idi, si hanno appunto i quaranta giorni che la leggenda assegna come termine della stagione invernale.
" Pa' Cannilora 'u vernu iè ssutu fora; ma si iessi l'orsu da' tana dici: Vulesi o no vulesi, 'n'atri quaranta jurni di vernu avesi!"
(Per la Candelora l'inverno è fuori ma, uscendo dal suo covo, l'orso afferma che ancora si avranno quaranta giorni di freddo, lo si voglia o no).
Le origini cristiane della festa della Candelora.
Il 2 febbraio si celebra la festa della presentazione di Gesù al Tempio, "luce delle genti". L'antico rito della processione delle candele (da cui il termine "candelora") ha reso questa "festa della luce" molto popolare.
La Chiesa Cattolica celebra la Festa della Presentazione di Gesù, anche detta “Festa delle luci“.
Quaranta giorni dopo il Natale, infatti, Gesù fu condotto da Maria e Giuseppe al Tempio, sia per adempiere quanto prescritto dalla legge mosaica, sia soprattutto per incontrare il suo popolo credente ed esultante.
La “Festa delle luci” ebbe origine in Oriente con il nome di "Ipapante", cioè "Incontro".
La prima testimonianza storicamente accertata di questa festa si ha nel secolo IV a Gerusalemme.
Una importante e antica testimonianza di questa festa ci è data da Egeria (scrittrice romana del IV-V secolo) nel suo Itinerarium Egeriae (in cui descrive un viaggio nei luoghi della cristianità). Egeria ci parla di un certo “rito del Lucernare” così descrivendolo: “Si accendono tutte le lampade e i ceri, facendo così una luce grandissima” (Itinerarium 24, 4).
Questo rito del lucernare pare essere una evoluzione dell’antica festa romana dei Lupercali, che si celebrava proprio verso metà febbraio.
I Lupercali erano una festività romana che si celebrava nei giorni nefasti di febbraio, mese purificatorio (il 15 febbraio), in onore del dio Fauno nella sua accezione di Luperco, protettore del bestiame ovino e caprino dall'attacco dei lupi. Secondo Plutarco sembra fossero dei riti di purificazione
A partire dal VI secolo la festa della Candelora si estese anche in Occidente: a Roma con carattere più penitenziale e in Gallia con carattere più festoso, grazie alla processione delle candele (candelora).
Secondo la liturgia ufficiale la festa celebra la purificazione di Maria, quaranta giorni dopo il parto, secondo un precetto dell'Antico Testamento.
Secondo la vecchia tradizione ebraica un neonato di sesso maschile apparteneva al tempio, ma poteva essere riscattato dai genitori in cambio di due colombe bianche.
Simeone vecchio sacerdote, a cui era stato rivelato che non sarebbe morto prima di vedere il Redentore, svolge la cerimonia.
Nel sottoporsi alla vecchia legge ebraica, la Vergine significa la sua umiltà e dimostra che il figlio è venuto per rispettare la vecchia legge e non distruggerla.
È proprio in rapporto a questo esempio sacro che il ciclo delle usanze relative alla nascita si chiude con la purificazione della madre, che può finalmente entrare in chiesa, e al ritorno, è accolta con un rinfresco, che segna il suo reingresso nella vita della comunità.
La festa termina con la benedizione dei ceri; tradizione popolare nata in Oriente, che già nel VII secolo aveva raggiunto a Roma una grande solennità con una lunga processione “cereorum luminibus coruscans”: e questo forse per sostituire la festa pagana dei Lupercali, anch'essa con carattere purificatorio.
A Napoli, nel Cinquecento “per ogni strada” si faceva sfoggio di ceri, torce, fiaccole a colori.
A Trapani, si rievocava, tramite una rappresentazione popolare, la purificazione di Maria.
Oggi, la festa ha perduto molte delle sue più folkloristiche manifestazioni.
A Roma, tuttavia, l'offerta dei ceri al Papa è sempre una tradizione solenne; il popolo custodisce i ceri benedetti, perché ad essi attribuisce poteri miracolosi, accendendoli al capezzale di un moribondo e esponendoli quando infuria il temporale.
Nelle predizioni meteorologiche la Candelora segna anche la fine dell'inverno, secondo il proverbio: “per la candelora dall'inverno siamo fora”; però “se è sole o solicello ce n'è un altro mesarello”.
Una famosissima credenza europea sostiene che, nel giorno della Candelora, l'orso esca dalla tana a vedere che tempo fa: se è nuvolo, con tre salti annuncia finito l'inverno, se è sereno, rientra nella tana prevedendo altri quaranta giorni di freddo.
La festa della Candelora era un appuntamento atteso anche dai pastori calabresi, i quali traevano da essa pronostici meteorologici dal comportamento dei lupi.
Scrive Antonio Francesco Angarano: “ I pastori(...) si appostavano al mattino della festa nei pressi della spelonca e attendevano che il lupo si affacciasse: se questo usciva nei campi, allora la stagione sarebbe stata piovosa, se invece si ritirava nella tana, allora la bella primavera non sarebbe tardata a venire”.
“Alla cannilora d’o vernu sumu fora, ma risponni la vecchia arraggiata ‘u vernu dura finu alla ‘Nnunziata”.
Dobbiamo figurarci un essere misterioso, un vecchio dalla folta ed ispida barba, vestito di pelli, con braccia lunghissime distese per afferrare bambini e divorarli in quel dì che scende dalle montagne, dove per lo più la immaginazione popolare si diletta di collocare gli esseri misteriosi e soprannaturali.
Nei racconti popolari il vecchio (l’essere mostruoso della Candelora) rappresenta l’inverno che si aggira nella notte intorno alle case dicendo “O fora o non fora, quaranta jurni tengu ancora”.
Questa leggenda che potrebbe riferirsi a Fauno temuto abitatore dei boschi ci richiama con qualche specialità il Mamurio Veturio dei Romani, il rappresentante del mese di marzo, principio dell’anno nuovo e termine del vecchio, ma con relazione speciale all’inverno.
Infatti nella vigilia degl’idi di marzo, al primo plenilunio di primavera, si menava per le vie di Roma sotto quel nome un uomo coperto di pelli e si cacciava fuori dalle mura.
Riunendo in uno i ventisei giorni di febbraio, che seguono il 2 dedicato alla Candelora, e i quattordici di marzo sino alla vigilia degl’idi, si hanno appunto i quaranta giorni che la leggenda assegna come termine della stagione invernale.
" Pa' Cannilora 'u vernu iè ssutu fora; ma si iessi l'orsu da' tana dici: Vulesi o no vulesi, 'n'atri quaranta jurni di vernu avesi!"
(Per la Candelora l'inverno è fuori ma, uscendo dal suo covo, l'orso afferma che ancora si avranno quaranta giorni di freddo, lo si voglia o no).
venerdì 30 dicembre 2011
Un santo al mese: SAN SILVESTRO.
San Silvestro
Silvestro è il primo Papa di una Chiesa non più minacciata dalle terribili persecuzioni dei primi secoli.
Nell’anno 313, infatti, gli imperatori Costantino e Licinio hanno dato piena libertà di culto ai cristiani, essendo papa l’africano Milziade, che è morto l’anno dopo.
Gli succede il prete romano Silvestro. (Papa dal 31/01/314 al 31/12/335)
A lui Costantino dona come residenza il palazzo del Laterano, affiancato più tardi dalla basilica di San Giovanni, e costruisce la prima basilica di San Pietro.
Il lungo pontificato di Silvestro (21 anni) è però lacerato dalle controversie disciplinari e teologiche, e l’autorità della Chiesa di Roma su tutte le altre Chiese, diffuse ormai intorno all’intero Mediterraneo, non è ancora affermata.
Costantino, poi, interviene nelle controversie religiose (o i vescovi e i fedeli lo fanno intervenire) non tanto per “abbassare” Silvestro, ma piuttosto per dare tranquillità all’Impero. (Tanto più che lui non è cristiano, all’epoca; e infondata è la voce secondo cui l’avrebbe battezzato Silvestro).
Costantino indice nel 314 il Concilio occidentale di Arles, in Gallia, sulla questione donatista (i comportamenti dei cristiani durante le persecuzione di Diocleziano). E sempre lui, nel 325, indice il primo Concilio ecumenico a Nicea, dove si approva il Credo che contro le dottrine di Ario riafferma la divinità di Gesù Cristo («Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre»).
Papa Silvestro non ha alcun modo di intervenire nei dibattiti: gli vengono solo comunicate, con solennità e rispetto, le decisioni prese. E, insomma, ci appare sbiadito, non per colpa sua (e nemmeno tutta di Costantino); è come schiacciato dagli avvenimenti.
Ma pure deve aver colpito i suoi contemporanei, meglio informati di noi: tant’è che, appena morto, viene subito onorato pubblicamente come “Confessore”. Anzi, è tra i primi a ricevere questo titolo, attribuito dal IV secolo in poi a chi, pur senza martirio, ha trascorso una vita sacrificata a Cristo.
Silvestro è un Papa anche sfortunato con la storia, e senza sua colpa: per alcuni secoli, infatti, è stato creduto autentico un documento, detto “donazione costantiniana”, con cui l’imperatore donava a Silvestro e ai suoi successori la città di Roma e alcune province italiane; un documento già dubbio nel X secolo e riconosciuto del tutto falso nel XV.
Un anno dopo la sua morte, a papa Silvestro era già dedicata una festa al 31 dicembre; mentre in Oriente lo si ricorda il 2 gennaio.
Fonte: Famiglia Cristiana
domenica 4 dicembre 2011
Un santo al mese : SANTA BARBARA DI NICODEMIA.

Nacque a Nicomedia nel 273. Si distinse per l'impegno nello studio e per la riservatezza, qualità che le giovarono la qualifica di «barbara», dal greco straniera, non romana.
" Santa Barbara ntu munti stava,
di lampi e di trona nun si scantava,
si scantava dill'ira di Diu,
Santa Barbara amuri miu "
-Filastrocca Siciliana-
" Santa Barbara nu durmiri
cà du nuvoli vidu viniri,
una di acqua, una di viento.
Fai calmare stò maletiempo. "
-Filastrocca pugliese-
Tra il 286-287 Barbara si trasferì presso la villa rustica di Scandriglia, oggi in provincia di Rieti, al seguito del padre Dioscoro, collaboratore dell'imperatore Massimiano Erculeo.
Dioscoro, fece costruire una torre per rinchiudervi la bellissima figlia richiesta in sposa da moltissimi pretendenti. Ella, però, non aveva intenzione di sposarsi, ma di consacrarsi a Dio.
Prima di entrare nella torre, non essendo ancora battezzata e volendo ricevere il sacramento della rigenerazione, si recò in una piscina d’acqua vicino alla torre e vi si immerse tre volte dicendo: “Battezzasi Barbara nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Per ordine del padre, la torre avrebbe dovuto avere due finestre, ma Barbara ne volle tre in onore della S.ma Trinità.
La conversione alla fede cristiana di Barbara provocò l'ira del padre Dioscoro. Passando miracolosamente fra le pareti della torre, riuscì a fuggire. La ragazza fu così costretta a rifugiarsi in un bosco dopo aver distrutto gli dei nella villa del padre. Trovata, il padre la condusse davanti al magistrato.
Durante il processo che iniziò il 2 dicembre 290, il prefetto Marciano cercò di convincere Barbara a recedere dal suo proposito; poi, visti inutili i tentativi, ordinò di tormentarla avvolgendole tutto il corpo in panni rozzi e ruvidi, tanto da farla sanguinare in ogni parte.
Durante la notte, continua il racconto seguendo uno schema comune alle leggende agiografiche, Barbara ebbe una visione e fu completamente risanata. Il giorno seguente il prefetto la sottomise a nuove e più crudeli torture: sulle sue carni nuovamente dilaniate fece porre piastre di ferro rovente.
Una certa Giuliana, presente al supplizio, avendo manifestato sentimenti cristiani, venne associata al martirio: le fiamme, accese ai loro fianchi per tormentarle, si spensero quasi subito. Barbara, portata ignuda per la città, ritornò miracolosamente vestita e sana, nonostante l’ordine di flagellazione.
Finalmente, il prefetto la condannò al taglio della testa; fu il padre stesso che eseguì la sentenza. Subito dopo un fuoco discese dal cielo e bruciò completamente il crudele padre, di cui non rimasero nemmeno le ceneri.
L’imperatore Giustino, nel sec. VI, avrebbe trasferito le reliquie della martire dall’Egitto a Costantinopoli; qualche secolo più tardi i veneziani le trasferirono nella loro città e di qui furono recate nella chiesa di S. Giovanni Evangelista a Torcello (1009). Il culto della martire fu assai diffuso in Italia, probabilmente importato durante il periodo dell’occupazione bizantina nel sec. VI, e si sviluppò poi durante le Crociate.
Se ne trovano tracce in Toscana, in Umbria, nella Sabina. Barbara è particolarmente invocata contro la morte improvvisa (allusione a quella del padre, secondo la leggenda); in seguito la sua protezione fu estesa a tutte le persone che erano esposte nel loro lavoro al pericolo di morte istantanea, come gli artificieri, gli artiglieri, i carpentieri, i minatori; oggi è venerata anche come protettrice dei vigili del fuoco.
Nelle navi da guerra il deposito delle munizioni è denominato “Santa Barbara”.
La festa di Barbara è celebrata il 4 dicembre.
I suoi resti si trovano nella Cattedrale di Rieti.
martedì 24 maggio 2011
24 MAGGIO 1915, L'ITALIA ENTRAVA IN GUERRA...E IL PIAVE MORMORO'.

Il conflitto fece 700mila morti e lasciò una profonda crisi politica, sociale ed economica.
«Il Piave mormorava/, calmo e placido, al passaggio/ dei primi fanti il 24 maggio».
Il 24 maggio 1915, l'Italia entrava in guerra contro gli Imperi centrali, gettandosi nella Prima Guerra Mondiale dieci mesi dopo l'inizio delle ostilità in Europa.
Era un lunedì.
Alle 3:30, precedute dai tiri degli obici, le truppe italiane oltrepassarono il confine italo-austriaco, puntando verso le «terre irredenti» del Trentino, del Friuli, della Venezia Giulia.
Nel 1918, a guerra finita, un poeta e musicista napoletano, Giovanni Gaeta, più noto con lo pseudonimo di E. A. Mario, trasformò quel momento nella «Leggenda del Piave», una canzone destinata a entrare nella memoria collettiva degli italiani.
L'Italia entrò in guerra divisa tra interventisti e neutralisti, dopo un disinvolto cambio di alleanze, dalla Triplice all'Intesa. Sulle sponde del Piave e dell'Isonzo, nelle trincee del Carso e della Bainsizza, di Asiago e di Passo Buole, di Caporetto e di Vittorio Veneto lasciò 700 mila morti.
Dalla guerra ottenne Trento e Trieste, ma ne uscì prostrata, lacerata da una profonda crisi politica, sociale ed economica, che la portò in breve al Fascismo.
Eppure la «Grande Guerra», come fu chiamata, è forse l'unica guerra della quale gli italiani abbiano - come si suol dire - una «memoria condivisa»: l'ultimo atto dell'epopea Risorgimentale.
La Prima Guerra Mondiale fu un enorme massacro: coinvolse 27 paesi, costò 10 milioni di morti, 20 milioni di feriti, enormi distruzioni.
Fu la prima guerra moderna.
Gli eserciti si trovarono impantanati nelle trincee.
Nuove armi furono impiegate su larga scala: aerei, sottomarini, carri armati, mitragliatrici, gas tossici, come il fosgene e l'iprite, che prese nome dalla località belga dove il 22 aprile 1915 fece le prime vittime.
La guerra provocò la dissoluzione dell'Impero austroungarico e di
quello ottomano e mise fine a quello degli Zar, travolto dalla rivoluzione bolscevica del 1917.
Segnò il crollo di tre dinastie secolari, gli Asburgo, gli Hohenzollern e i Romanov.
Fu l'inizio del declino della vecchia Europa e sancì l'ingresso sulla scena mondiale, come grande potenza militare ed economica, degli Stati Uniti, intervenuti nel 1917 a salvare le sorti dell'Intesa.
Si portò dietro un'epidemia - la «spagnola» - che tra 1918 e il 1919 provocò più morti della guerra; un'inflazione e una recessione che culminarono nella Grande Crisi del 1929; un'eredità di odi, frustrazioni e rivalità nazionali che nell'arco di due decenni sfociarono fatalmente nel secondo conflitto mondiale.
Una delle poche voci che si levarono contro la guerra fu quella di Benedetto XV, il «Papa della pace» del quale Joseph Ratzinger ha voluto raccogliere idealmente l'eredità, scegliendo il nome per il proprio pontificato.
Egli il 1 agosto 1917 (poco prima della rotta italiana a Caporetto del 24 ottobre 1917) chiese invano alle potenze belligeranti il disarmo e il ricorso all'arbitrato per la «cessazione di questa lotta tremenda, la quale ogni giorno più apparisce inutile strage».
Ma troppi erano i motivi che spingevano l'Europa al massacro.
La rivalità economica e gli interessi in Medio Oriente di Regno Unito e Reich tedesco; il revanscismo francese per Alsazia e Lorena; lo scontro tra pangermanesimo tedesco e panslavismo sul Baltico; gli appetiti delle maggiori potenze per le spoglie del fatiscente impero ottomano; l'irredentismo in Italia e nei Balcani, dove il serbo Gavrilo Princip fece scoccare la scintilla, assassinando l'erede al trono austriaco a Sarajevo.
Ma anche il clima culturale di un'epoca che - tra lo Stato «Dio reale» dell'idealismo hegeliano e il positivismo darwiniano di Spencer - concepì la guerra come sbocco naturale delle vertenze internazionali.
In Italia, contro l'entrata in guerra furono i cattolici, i socialisti, i giolittiani.
Per la guerra furono il governo Salandra, i liberali, i nazionalisti. Interventista fu Gabriele D'Annunzio, interprete a modo suo del «superuomo» di Nietzsche.
Interventista fu Filippo Tommaso Marinetti, che nel «Manifesto del futurismo» aveva proclamato la guerra «sola igiene del mondo».
Da neutralista in interventista si trasformò repentinamente il socialista Benito Mussolini, che lasciò la direzione dell'«Avanti!» per fondare l'ultranazionalista «Popolo d'Italia» e fu espulso dal Psi.
Nel 1919 la Conferenza di pace di Parigi, dominata dal presidente americano Woodrow Wilson, deluse le aspettative degli interventisti.
L'Italia ottenne Trento, Trieste e l'Istria, più l'Alto Adige etnicamente tedesco; ma non Fiume e la Dalmazia.
Il presidente del consiglio Orlando e il ministro degli esteri Sonnino, per protesta, abbandonarono temporaneamente la conferenza, restando fuori anche dalla spartizione delle colonie tedesche. Ne nacque il mito della «vittoria tradita», che mosse D'Annunzio e i suoi legionari a occupare Fiume e a dar vita all'effimera «Reggenza del Carnaro» e fu utilizzato a proprio vantaggio dal nascente partito fascista, avviato alla conquista del potere.
Anche la «Leggenda del Piave» di E.A. Mario finì per servire allo scopo.
La crisi economica, la svalutazione della lira, la debolezza della classe dirigente liberale, le ripetute crisi di governo, le agitazioni di piazza e l'occupazione delle fabbriche nel «biennio rosso», i timori della Corona e della borghesia fecero il resto.
Dal 4 novembre 1918, data della firma dell'armistizio con l'Austria, al 22 ottobre 1922, data della Marcia su Roma, non passarono che quattro anni.
domenica 8 maggio 2011
"SON TUTTE BELLE LE MAMME DEL MONDO"
Di mamma ce n'è una sola, e oggi, seconda domenica di maggio, si celebra la sua festa.
In Italia la festa della mamma fu festeggiata per la prima volta nel 1957 ad Assisi.
Successivamente la festa è entrata a far parte del nostro calendario e, come in molti altri Paesi, viene celebrata la seconda domenica di maggio.
La Festa della Mamma ha origini molto antiche e muta dalla devozione verso la dea della fertilità.
Si pensa che abbia influenze collegate a divinità pagane femminili.
Gli antichi greci dedicavano un giorno all'anno alle madri:
si trattava della festa in onore della dea Rea, sposa di Crono e madre di tutti gli dei.
La ricorrenza venne poi festeggiata anche in Gran Bretagna a partire dal 1600.
La Festa della Mamma è importante in tutto il mondo, quasi tutti i Paesi del mondo hanno fatto propria la ricorrenza con modalità e date diverse.
sabato 7 maggio 2011
8° MOTORADUNO "CITTA' DI MORMANNO".
sabato 2 aprile 2011
"SANTO FRATELLO CICCIO LO PAOLANO" PATRONO DI CALABRIA.
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...Francesco da Paola è stato un religioso italiano, proclamato santo da papa Leone X nel 1519. ...Eremita, è il fondatore dell'Ordine dei Minimi...
È il patrono principale della Calabria, dov'è venerato in innumerevoli santuari e chiese fra i quali, in particolare, quelli di Paola, Polistena, Paterno Calabro, Terranova da Sibari, Corigliano Calabro, Marina Grande di Scilla, Catona di Reggio Calabria e Lamezia Terme-Sambiase (che custodisce la reliquia di un dito di san Francesco). Attualmente, parte delle sue reliquie si trovano presso il Santuario di San Francesco di Paola, meta di pellegrini, provenienti da tutto il mondo.
Francesco da Paola nacque a Paola (Cosenza), il 27 marzo 1416 da Giacomo D'Alessio detto Martolilla e Vienna da Fuscaldo, una coppia di coniugi dalla salda fede cattolica, devoti, in particolare, a San Francesco d'Assisi, all'intercessione del quale, pur trovandosi già in età avanzata, chiesero la grazia di un figlio.
Nato, dunque, il primogenito, fu per loro spontaneo imporgli il nome di Francesco.
Da bambino, Francesco contrasse una forma grave d'infezione ad un occhio, tanto che i genitori si rivolsero nuovamente in preghiera al "poverello d'Assisi", promettendogli, in caso di guarigione, che il piccolo avrebbe indossato per un anno intero (il cosiddetto famulato) l'abitino dell'ordine francescano.
Il decorso della malattia fu rapido.
Fin da piccolo, Francesco fu particolarmente attratto dalla pratica religiosa, denotando umiltà e docilità all'obbedienza.
All'età di tredici anni narrò della visione di un frate francescano che gli ricordava il voto fatto dai genitori.
Accolto nel convento francescano di San Marco Argentano (Cosenza), vi rimase per un anno, adempiendo alla promessa dei genitori.
Nel 1430 svolse, con la famiglia, un lungo pellegrinaggio che, avendo Assisi come mèta principale, coinvolse alcuni dei principali centri della spiritualità cattolica italiana: Loreto, Roma e Montecassino, toccando anche i romitori del Monte Luco.
Lo sfarzo della Città Eterna lo impressionò negativamente, spingendolo, sembra, a redarguire il cardinal Cusano, al quale fece notare che Gesù non aveva avuto abiti così sontuosi.
Rientrato a Paola, iniziò un periodo di vita eremitica, utilizzando un luogo impervio compreso nelle proprietà della famiglia e suscitando lo stupore dei paolani.
Nel 1435, altri si associarono a questa esperienza, riconoscendolo come guida spirituale.
Con i suoi, costruì una cappella e tre dormitori, dando, di fatto, inizio all'esperienza, tuttora in corso, dell'Ordine dei Minimi.
La fama di santità di Francesco si diffuse rapidamente, tanto che nel 1467 papa Paolo II inviò a Paola un suo emissario per avere notizie sull'eremita calabrese.
Il 17 maggio 1474, papa Sisto IV riconosceva ufficialmente il nuovo ordine con la denominazione: Congregazione eremitica paolana di San Francesco d'Assisi.
Il riconoscimento della regola di estrema austerità venne invece con papa Alessandro VI, in concomitanza con il mutamento del nome in quello, ancora attuale, di Ordine dei Minimi.
Il Regno di Napoli era in quel periodo retto dagli aragonesi, anche se localmente il potere effettivo veniva retto dalle famiglie nobiliari secondo quello che era il sistema feudale. Naturalmente le condizioni di vita non erano facili per la maggioranza della popolazione, che occupava il livello sociale più basso.
Francesco adempì anche in tale contesto storico la missione della diffusione della vita cristiana.
Fra i fenomeni soprannaturali attribuiti a Francesco vi è quello della guarigione di un ragazzo affetto da un'incurabile piaga ad un braccio, sanata con delle banali erbe comuni; lo sgorgare miracoloso dell'acqua della "Cucchiarella", che Francesco fece scaturire colpendo con il bastone una roccia presso il convento di Paola e che ancora è meta di pellegrinaggi; le pietre del miracolo che restarono in bilico mentre minacciavano di cadere sul convento ("Fermatevi, per carità").
Ma il "miracolo" più famoso è certamente quello noto come l'attraversamento dello Stretto di Messina sul suo mantello steso, dopo che il barcaiolo Pietro Coloso si era rifiutato di traghettare gratuitamente lui ed alcuni seguaci, che ha contribuito a determinarne la "nomina" a patrono della gente di mare d'Italia.
La notizia delle sue doti di santità e taumaturgia raggiunse anche la Francia, tramite i mercanti napoletani, arrivando al re Luigi XI il quale, ammalatosi gravemente, lo mandò a chiamare chiedendogli di visitarlo.
Francesco era molto restio all'idea di lasciare la sua gente bisognosa tanto da indurre il sovrano francese ad inviare un'ambasceria presso il Papa affinché ordinasse a Francesco di recarsi presso di lui
Francesco intraprese un lungo e difficile viaggio, senza alcun mezzo di trasporto, proprio come desiderava, per la città di Tours, in compagnia di uno dei suoi confratelli e di alcuni nobili inviati dalla Francia.
La strada seguita da Francesco di Paola era la direttrice principale che collegava la Calabria a Napoli, quella antica via romana, la Popilia-Annia, attraverso la Valle del Crati e i monti del Pollino.
La leggenda popolare e la tradizione religiosa narrano che proprio lungo questo percorso il santo compì numerosi prodigi.
Giunto sul massiccio del Pollino, secondo alcuni su Monte Sant’Angelo, Francesco, consapevole di non rivedere più la sua terra, si raccolse in preghiera e si voltò verso la Calabria, benedicendola, per l’ultima volta.
Il santo era scalzo e sulla pietra dura incise miracolosamente l’impronta dei suoi piedi, quella che tutti chiamano "a pidicata", un’ impronta che pare sia ancora su quella montagna e il cui calco è conservato nella chiesa della Maddalena a Morano Calabro.
Al suo arrivo presso la corte, nel Castello di Plessis-lez-Tours, Luigi XI gli si inginocchiò. Egli non lo guarì dal male ma l'azione di Francesco portò ad un miglioramento dei rapporti tra la Francia e il Papa.
Francesco visse in Francia circa venticinque anni e seppe farsi apprezzare dal popolo semplice come dai dotti della Sorbona.
Dopo aver trascorso gli ultimi anni in serena solitudine, morì in Francia a Plessis-les-Tours il 2 aprile 1507.
Approssimandosi la sua fine, chiamò a sé i suoi confratelli sul letto di morte, esortandoli alla carità vicendevole e al mantenimento dell'austerità nella regola.
Provvide alla nomina del vicario generale ed infine, dopo avere ricevuto i sacramenti, si fece leggere la Passione secondo Giovanni mentre la sua anima spirava.
Fu canonizzato nel 1519, a soli dodici anni dalla morte durante il pontificato di Papa Leone X (al quale predisse l'elezione al soglio pontificio quando questi era ancora bambino), evento molto raro per i suoi tempi.
Nel 1562, degli ugonotti forzarono la sua tomba, trovarono il corpo incorrotto e vi diedero fuoco.
La sua festa si celebra il 2 aprile, giorno della sua nascita al Cielo. Tuttavia, non potendosi spesso celebrare come festa liturgica perché quasi sempre ricorre in Quaresima, la si festeggia ogni anno a Paola nell'anniversario della sua canonizzazione, che avvenne il 1º maggio del 1519. La notizia, però, arrivò a Paola tre giorni dopo; per questo i festeggiamenti si tengono dall'1 al 4 maggio.
sabato 29 gennaio 2011
LA LEGGENDA DELLA MERLA.
Era la fine del mese di gennaio e faceva un gran freddo,
freddo come non si era mai sentito prima d'allora;
tutto era coperto di neve, i prati, gli alberi, le case.
I merli allora erano tutti bianchi,
e quasi non si vedevano in mezzo a tutta quella neve.
E la merla continuava a guardare in giro,
di qua e di la',
perchè non sapeva dove andare a posarsi per il freddo che faceva.
Finalmente vide un camino che fumava e disse al merlo suo compagno:
"Guarda quel camino come fuma; entriamo a scaldarci" ;
e lui disse: "Va bene, entriamoci".
Insomma, i merli entrarono nel camino e ci rimasero tre giorni e tre notti.
Passati i tre giorni la merla guardò fuori,
vide che era spuntato nuovamente il sole e disse : "Usciamo".
Ma appena usciti si guardarono e la merla disse al merlo:
"Ma guarda come sei diventato nero !";
"Eh, ma anche tu" - rispose il merlo.
E da quel giorno i merli sono rimasti tutti neri,
con il becco giallo e le zampine gialle,
e gli ultimi tre giorni di gennaio,
in ricordo di questo avvenimento sono detti
"i giorni della merla".
I "giorni della merla" sono il 29, 30 e 31 gennaio (secondo alcuni si tratta dal 30 e 31 gennaio e 1 febbraio), giorni nei quali, attraverso dei segni, è possibile capire quale sarà il clima dell'intero anno. Si dice infatti che, se questi giorni sono freddi, la primavera sarà mite e bella, mentre, se sono caldi, la primavera arriverà in ritardo.
Riportiamo due leggende, di origine evangelica.
Un servo di Erode rubò una merla con i suoi piccoli, per prepararli con la polenta. Un merlo, nero come il carbone, prese una pagliuzza dalla culla di Gesù Bambino e la fece cadere sui piccoli, che subito impararono a volare e così poterono scappare dalla loro prigionia. L'evento miracoloso fece sciogliere la neve e da allora, il 31 gennaio, le temperature ricominciarono a salire.
Un soldato di Erode gettò del fiele nella scodella del latte di Gesù Bambino. Una merla, che vide tutto, bevette il latte avvelenato e per tre giorni soffrì, finché, il 31 gennaio, lo stesso Gesù Bambino fece tornare un caldo sole che accelerò la guarigione della merla.
tutto era coperto di neve, i prati, gli alberi, le case.
I merli allora erano tutti bianchi,
e quasi non si vedevano in mezzo a tutta quella neve.
E la merla continuava a guardare in giro,
di qua e di la',
perchè non sapeva dove andare a posarsi per il freddo che faceva.
Finalmente vide un camino che fumava e disse al merlo suo compagno:
"Guarda quel camino come fuma; entriamo a scaldarci" ;
e lui disse: "Va bene, entriamoci".
Insomma, i merli entrarono nel camino e ci rimasero tre giorni e tre notti.
Passati i tre giorni la merla guardò fuori,
vide che era spuntato nuovamente il sole e disse : "Usciamo".
Ma appena usciti si guardarono e la merla disse al merlo:
"Ma guarda come sei diventato nero !";
"Eh, ma anche tu" - rispose il merlo.
E da quel giorno i merli sono rimasti tutti neri,
con il becco giallo e le zampine gialle,
e gli ultimi tre giorni di gennaio,
in ricordo di questo avvenimento sono detti
"i giorni della merla".
I "giorni della merla" sono il 29, 30 e 31 gennaio (secondo alcuni si tratta dal 30 e 31 gennaio e 1 febbraio), giorni nei quali, attraverso dei segni, è possibile capire quale sarà il clima dell'intero anno. Si dice infatti che, se questi giorni sono freddi, la primavera sarà mite e bella, mentre, se sono caldi, la primavera arriverà in ritardo.
Riportiamo due leggende, di origine evangelica.
Un servo di Erode rubò una merla con i suoi piccoli, per prepararli con la polenta. Un merlo, nero come il carbone, prese una pagliuzza dalla culla di Gesù Bambino e la fece cadere sui piccoli, che subito impararono a volare e così poterono scappare dalla loro prigionia. L'evento miracoloso fece sciogliere la neve e da allora, il 31 gennaio, le temperature ricominciarono a salire.
Un soldato di Erode gettò del fiele nella scodella del latte di Gesù Bambino. Una merla, che vide tutto, bevette il latte avvelenato e per tre giorni soffrì, finché, il 31 gennaio, lo stesso Gesù Bambino fece tornare un caldo sole che accelerò la guarigione della merla.
mercoledì 5 gennaio 2011
I RE MAGI.

Santi Magi d'Oriente, Ravenna -Basilica di Sant'Apollinare in Classe.
Nella tradizione cristiana i Magi sono alcuni astrologi e sacerdoti zoroastriani che, secondo il Vangelo di Matteo (2,1-12), seguendo "il suo astro" giunsero da Oriente a Gerusalemme per adorare il bambino Gesù, il "re dei Giudei" che era nato.
Gli storici e alcuni biblisti cristiani interpretano questo racconto evangelico come un particolare leggendario, mentre altri biblisti cristiani ne sostengono la veridicità. Il particolare ha comunque avuto una straordinaria fortuna artistica, in particolare nelle rappresentazioni della natività e del presepe.
Il racconto evangelico li descrive in maniera estremamente scarna e la successiva tradizione cristiana (in particolare il Vangelo armeno dell'infanzia, tuttavia di minore valore storico rispetto ai vangeli sinottici) ne ha aggiunto alcuni particolari: erano tre (sulla base dei tre doni portati, oro, incenso e mirra), erano re e si chiamavano Melchiorre, Baldassarre e Gaspare.
Magi è la traslitterazione del termine greco magos . Si tratta di un titolo riferito specificamente ai sacerdoti dello Zoroastrismo tipici dell'Impero persiano.

L'Adorazione dei Magi del Beato Angelico e di Filippo Lippi.
"I tre re pagani vennero chiamati Magi non perché fossero versati nelle arti magiche, ma per la loro grande competenza nella disciplina dell'astrologia.
Erano detti magi dai Persiani coloro che gli Ebrei chiamavano scribi, i Greci filosofi e i latini savi" —Ludolfo di Sassonia (m. 1378), Vita Christi.
In alcune versioni meno recenti delle Scritture, ad esempio la Bibbia di re Giacomo, i Magi sono indicati come Uomini Saggi, un termine arcaico per indicare i maghi o magi, con il carattere di filosofi, scienziati e personaggi importanti.
Nella Bibbia di re Giacomo, lo stesso termine greco magos che nel Vangelo secondo Matteo viene tradotto con "saggio", è reso con "stregone" negli Atti degli Apostoli (episodio di "Elimas il mago", Atti 13).
Lo stesso termine greco identifica anche Simon Mago in Atti 8.
Oggi il significato più profondo è ormai dimenticato e, quindi, tutte le traduzioni moderne usano il termine di derivazione greca, magi.
In Erodoto la parola magi era associata a personaggi dell'aristocrazia della Media ed, in particolare, ai sacerdoti astronomi della religione zoroastriana, che erano anche ritenuti capaci di uccidere i demoni e ridurli in schiavitù.
Poiché il passo di Matteo implica che fossero dediti all'osservazione delle stelle, la maggioranza dei commentatori ne conclude che il significato inteso fosse quello di "sacerdoti di Zoroastro", e che l'aggiunta "dall'Oriente" ne indicasse naturalmente l'origine persiana.
Addirittura, la traduzione dei Vangeli di Wycliffe parla direttamente di "astrologi", non di "saggi".
Nel XIV secolo la distinzione tra astronomia e astrologia non era ancora riconosciuta, e le due discipline cadevano entrambe sotto la seconda denominazione.
Anche se il sostantivo maschile magi è stato usato un paio di volte in riferimento a una donna (nell'Antologia Palatina e in Luciano), l'appartenenza alla classe dei magi era riservata ai maschi adulti. Gli antichi magi erano persiani, e poiché i territori ad oriente della Palestina biblica coincidevano con l'impero persiano, ci sono pochi dubbi sull'origine etnica e sulla religione di appartenenza dei personaggi descritti nel vangelo di Matteo.
Si noti come il termine magi sia una traduzione artificiosa atta ad evitare il termine piuttosto sgradevole di maghi che indicava i ciarlatani e gli imbroglioni.
La regalità dei "magi" non è attestata nelle fonti canoniche cristiane, né dai Padri della Chiesa, tuttavia i "magi" divengono Re magi nella tradizione liturgica cristiana in quanto la festa della Epifania è collegata al Salmo LXXI (LXXII).

Adorazione dei re Magi -Antonio Balestra
Se è vero che il brano evangelico non riporta il numero esatto dei Magi, la tradizione popolare cristiana li ha spesso identificati come i tre saggi o i tre re e ha assegnato loro i nomi di Melchiorre, Baldassarre e Gaspare.
Esistono comunque delle tradizioni alternative che portano i magi in visita a Gesù in numero minore (due) o maggiore (fino a dodici).
Fin dai primi secoli del Cristianesimo ai Magi sono stati associati gli atteggiamenti positivi della ricerca della luce spirituale e del rifiuto delle tenebre: addirittura si riteneva che con la loro opera avessero contribuito a cacciare i demoni verso gli Inferi.
E, poiché erano sacerdoti, sebbene zoroastriani, seguendo la stella e raggiungendo il neonato re di Israele, lo avrebbero anche riconosciuto come dio, anzi, come l'unico Dio venerato anche dalla rivelazione zoroastriana.
Quindi i Magi sarebbero arrivati presso la mangiatoia di Betlemme con piena coscienza dell'importanza religiosa e cosmica della nascita del Cristo.
In effetti, per il Vangelo di Matteo i Magi sarebbero stati le prime autorità religiose ad adorare il Cristo e quindi, dei tre doni che essi portavano con sé, da questo punto di vista, il più importante era l'ultimo, la mirra. Si tratta di una pianta medicinale da cui si estrae una resina gommosa, che veniva mescolata con oli per realizzare unguenti a scopo medicinale, cosmetico e anche religioso: la parola Cristo significa proprio unto, consacrato con un simbolico unguento, un crisma, per essere re, guaritore e Messia di origine divina.
Per tutte queste ragioni, il racconto dei Magi gode di un particolare rispetto presso le popolazioni cristiane.
Nel calendario liturgico dei cattolici e di altre Chiese cristiane, la visita dei Magi a Gesù bambino viene commemorata nella festa dell'Epifania, il 6 gennaio.
La Chiesa ortodossa e altre Chiese di rito orientale (che nell'Epifania ricordano il Battesimo di Cristo nel Giordano) commemorano la venuta dei Magi nel giorno stesso del Natale.
Anche se non è citato nel Corano, il racconto dei Magi era ben conosciuto in Arabia. L'enciclopedista arabo al-Tabari, nel IX secolo, riferisce dei doni portati dai Magi attribuendo loro il simbolismo che ci è usuale e citando come fonte lo scrittore del VII secolo Wahb ibn Munabbih.
La stella che attraversa il cielo, che la leggenda e l'iconografia indicano come Stella di Betlemme ed i contemporanei come "Stella della Profezia" (quella che Giuseppe Flavio riferisce al suo mecenate Vespasiano), viene spesso rappresentata come una cometa dotata di coda.
Nel racconto evangelico, la stella non è l'unico segno a identificare la cittadina di Betlemme.
Anche una interpretazione del Libro di Isaia, di cui Erode era a conoscenza, identificava Betlemme come il luogo dove sarebbe nato un re, il Messia dei Giudei, discendente o "figlio" di Davide.

I Re Magi in viaggio, scolpiti nella facciata del Duomo di Fidenza; sopra al bassorilievo i tre nomi: Caspar, Baltasar e Melchior.
Le Chiese orientali assegnano vari nomi ai Magi, ma nella tradizione occidentale si sono affermati i nomi di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre.
In altre culture i nomi sono ancora diversi, ad esempio la Chiesa cattolica etiope li chiama Hor, Basanater e Karsudan.

Una rappresentazione dei Magi a Natal (Brasile)

Catacombe di Priscilla -Roma.
Le più antiche raffigurazioni dei Magi si trovano già nelle catacombe, come per esempio nella cappella di santa Priscilla (II-III secolo). In queste prime rappresentazioni essi sono raffigurati come i Persiani, o in genere gli orientali, con una corta tunica, pantaloni aderenti (anassiridi) e berretto frigio.
Sarà nell'arte bizantina che essi verranno poi abbigliati come nobili della corte imperiale
Nell'anno 614, la Palestina fu occupata dai Persiani guidati dal re Cosroe II.
Essi distrussero quasi tutte le chiese cristiane, ma risparmiarono la Basilica della Natività di Betlemme.
Si racconta che fecero questo poiché sulla facciata della basilica vi era un mosaico che raffigurava i Magi vestiti con l'abito tradizionale persiano.
--------------fonte Wikipedia-----------
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