venerdì 18 novembre 2016

CHI SI LAMENTA SEMPRE DANNEGGIA I NEURONI DI CHI GLI STA INTORNO…LO DICE LA SCIENZA.


Quando siamo in presenza di persone che si lamentano, o che chiacchierano senza un fine costruttivo e propositivo, la qualità delle loro vibrazioni negative si ripercuote su di noi e ha un effetto nocivo sui neuroni del nostro cervello.

La lagnanza e la chiacchiera sono il frutto di un atteggiamento arcaico, una strategia di sopravvivenza, adottata dal nostro inconscio per liberarci di stati mentali ed emotivi aberranti, che purtroppo va a discapito di chi ne subisce l’influsso passivo. 

È stato scientificamente provato, che le onde magnetiche caratteristiche delle lamentele e delle chiacchiere, spengono letteralmente i neuroni dell’ippocampo, preposti tra l’altro alla risoluzione dei problemi. 
Rimanere esposti per più di trenta minuti a lagnanze, negatività e chiacchiere superflue provoca danni effettivi a livello cerebrale, sia che provengano da persone in carne ed ossa che dai media, in primis la televisione.

Cosa fare di fronte a manifestazioni di questo genere? 

I media si possono spegnere, escludere. 
Con le persone, si può invece cercare di dirottare la conversazione verso argomenti propositivi, o addirittura, suggerire molto diplomaticamente al “lamentoso”, di fare tre respiri profondi, espirando forte con la bocca. 
Naturalmente noi stessi dovremmo evitare di cadere in lagnanze e inutili chiacchiere, consapevoli del fatto che oltre a nuocere a chi ci sta intorno, stiamo letteralmente sprecando la nostra energia. Siamo così abituati a lamentarci e ad ascoltare le lamentele, da esserne perfino assuefatti. 
Ma se ascoltare le lamentele degli altri spegne i neuroni, quando siamo noi a farlo… cosa succede?

Fisiologicamente, le cellule del nostro cervello si specializzano con contenuti di basso livello, perdendo nel tempo in creatività e capacità di risolvere le situazioni critiche, uscire dalle difficoltà e mettere in moto l’inventiva, cosa che si sviluppa normalmente nelle persone che invece di scegliere la lamentela, trasformano le “crisi” in opportunità: un cervello in movimento, volto continuamente a creare, permette nell’insieme di essere più consapevoli.


Esotericamente, accade che la personalità agisce con il “pilota automatico”, addensando sempre di più quel meccanismo per cui l’ego tende a prendere il sopravvento sull’Essere. 

Ovviamente, questa percezione esula dall’insieme di cui facciamo parte e ci allontana sempre più dalla Realtà reale, cristallizzando gli schemi (e i programmi mentali) che ci fanno percepire la virtualità come realtà oggettiva.

Energeticamente, sappiamo bene, anche grazie alle moderne scoperte della Fisica Quantistica, che dove va il pensiero, l’energia fluisce e crea! 

Più i miei pensieri sono negativi, orientati alla mia sfortuna, alla crisi e al lavoro che scarseggia, al politico che si fa le vacanze di lusso alla faccia del popolo che non ce la fa, ecc… più sto nutrendo di energia quella determinata situazione. 
Psicologicamente si creerà un circolo vizioso, per cui tali pensieri negativi diverranno l’unica realtà possibile, moltiplicando proprio quelle situazioni che confermano questo processo.
Può capitarci di vivere in contesti nei quali siamo sottoposti a forti pressioni e disequilibri, ambienti carichi di stress e negatività che agiscono come dei veri e propri virus, su tutti i fronti: mentale, emozionale e fisico. 

È altresì vero che più innalziamo il nostro livello energetico, più la realtà circostante reagisce alla nostra qualità vibrazionale. 
Non solo attraiamo nella nostra vita situazioni e persone affini a ciò che siamo, ma influiamo positivamente anche sull’ambiente che ci circonda, e sulle persone con cui ci relazioniamo.
Fonte: realtofantasia.blogspot.it

giovedì 27 ottobre 2016

LA PELLE

                              Curzio Malaparte

"Ero stanco di veder soffrire gli uomini, gli animali, gli alberi, 
il cielo, la terra, il mare, 
ero stanco delle loro sofferenze, delle loro stupide e inutili sofferenze, 
dei loro terrori, della loro interminabile agonia.
 Ero stanco di aver orrore, stanco di aver pietà. 
Ah, la pietà! 
Avevo vergogna di aver pietà. 
Eppure tremavo di pietà e di orrore."

 Dopo i Racconti italiani che dettero inizio, pochi mesi dopo la sua morte, alle "Opere complete" di Curzio Malaparte sotto la direzione di Enrico Falqui, ecco ora il suo libro più famoso. 

Concepito nell'epoca più feconda dello scrittore, subito dopo la guerra e dopo Kaputt, fu pubblicato in quasi tutte le lingue, ovunque ottenendo immenso successo. 

La critica più avveduta riconobbe nell'autore de La Pelle "lo scrittore di grande talento", "Il narratore straordinario", ma anche "L'araldo nobile e disperato dell'Europa martirizzata e vinta". 

Una vita spesa per l'accusa, la condanna, il messaggio; una serie di opere di straordinario vigore e intransigenza pongono Malaparte fra gli scrittori più degni di rappresentare il nostro tempo, accanto a Hemingway, Malraux, Bernanos, come la critica di tutto il mondo affermò. 

La Pelle, in particolare, rimane senza dubbio il più forte e il più significativo fra i libri di Malaparte: per la potenza della sua polemica richiama scrittori come Miller e come Sartre, per la crudeltà dei suoi quadri la pittura di un Bosch, di un Bruegel, di un Goya.

giovedì 11 agosto 2016

CITTADINANZA ONORARIA MONSIGNOR DON GIUSEPPE OLIVA


Si è tenuto sabato 6 agosto , nella suggestiva cornice del giardino del seminario vescovile, il Consiglio Comunale straordinario con all’ordine del giorno :
Conferimento Cittadinanza Onoraria Monsignor Don Giuseppe Oliva. 

All’unanimità il Consiglio ha approvato la delibera n. 20 del 6 agosto 2016 con la quale gli si attribuisce tale onoreficenza. 

Parroco nel nostro paese da più di 40 anni, Mons. Oliva ( Don Peppino come cordialmente viene chiamato) visibilmente grato ed emozionato ha ricevuto dalle mani del Sindaco Guglielmo Armentano il dono di una pergamena a ricordo e testimonianza dell’evento.

 L’intervento emozionante del Sindaco ha espresso tanto riconoscimento e altrettanta gratitudine verso questo uomo e questo Parroco che nel corso del suo sacerdozio ha ricolmato di tutti i suoi doni di intelligenza e di cuore la comunità di Mormanno diventandone parte integrante e sostanziale, faro di riferimento e punto di arrivo.

Tanti sono stati gli interventi di stima, e di affetto che si sono succeduti dal momento in cui il Sindaco ha trasformato il Consiglio in assemblea aperta: 
dapprima il saluto del Vescovo S.E. Mons. Francesco Savino tramite un messaggio letto dal Sindaco, poi i rappresentanti di tutte le forze politiche presenti in Consiglio, la famiglia, il Parroco di Mormanno Don Francesco Di Marco, il Sindaco di Papasidero, ( paese di origine di Don Peppino ), il rappresentante della testata giornalistica “ Faro Notizie “ su cui Don Peppino scrive da 10 anni, il Presidente del Parco del Pollino che ha ricordato l’impegno sociale di Don Peppino, e infine i suoi amici di sempre il Prof. Domenico Crea e il Prof. Luigi Paternostro che ha chiuso la serata ripercorrendo brillantemente la vita, le opere di Don Peppino attraverso il suo amore per l’arte, la letteratura, la musica, la poesia che fanno di lui una presenza irripetibile ( usando le parole del prof. Paternostro ) nel nostro paese. 


La partecipazione e l’emozione dei tanti cittadini intervenuti è la dimostrazione che il conferimento della Cittadinanza Onoraria a Don Peppino è stato un atto voluto e condiviso non solo dall’Amministrazione ma da tutta la popolazione cattolica e non che riconosce in lui grandi doti di umiltà, semplicità, saggezza, disponibilità all’ascolto. 

Don Peppino è stato, è e sarà sempre per tutti i Mormannesi, di tutte le generazioni, guida spirituale e di vita reale per cui non ci resta che augurarci e augurargli con tanto affetto, ad multos annos . 

venerdì 15 aprile 2016

RESILIENZA


Definizione di Resilienza

La resilienza è la capacità di autoripararsi dopo un danno, di far fronte, resistere, ma anche costruire e riuscire a riorganizzare positivamente la propria vita nonostante situazioni difficili che fanno pensare a un esito negativo.

Gli individui resilienti hanno, insomma, trovato in se stessi, nelle relazioni umane, e nei contesti di vita, quegli elementi di forza per superare le avversità, definiti fattori di protezione contrapposti ai fattori di rischio, che invece diminuiscono la capacità di sopportare il dolore.

I 5 componenti che sviluppano la Resilienza

1. L’Ottimismo.
La disposizione a cogliere il lato buono delle cose, è un’importantissima caratteristica umana che promuove il benessere individuale e preserva dal disagio e dalla sofferenza fisica e psicologica.
Chi è ottimista tende a sminuire le difficoltà della vita e a mantenere più lucidità per trovare soluzioni ai problemi .

2. L’autostima si accoppia all’ottimismo.
Avere una bassa considerazione di sé ed essere molto autocritici, infatti, conduce a una minore tolleranza delle critiche altrui, cui si associa una quota maggiore di dolore e amarezza, aumentando la possibilità di sviluppare sintomi depressivi.

3. La Robustezza psicologica (Hardiness).
Essa è a sua volta scomponibile in tre sotto-componenti, il controllo (la convinzione di essere in grado di controllare l’ambiente circostante, mobilitando quelle risorse utili per affrontare le situazioni), l’impegno (con la chiara definizione di obiettivi significativi che facilita una visione positiva di ciò che si affronta) e la sfida, che include la visione dei cambiamenti come incentivi e opportunità di crescita piuttosto che come minaccia alle proprie sicurezze.

4. Le emozioni positive,
ovvero il focalizzarsi su quello che si possiede invece che su ciò che ci manca.

5. Il supporto sociale,
definito come l’informazione, proveniente da altri, di essere oggetto di amore e di cure, di essere stimati e apprezzati.
E’ importante sottolineare come la presenza di persone disponibili all’ascolto sia efficace poichè mobilita il racconto delle proprie sventure.

Raccontare è liberarsi dal peso della sofferenza, e l’accoglienza gentile e senza rifiuti o condanne da parte degli altri segnerà il passaggio da un racconto tutto interiore, penoso e solitario (che può sfociare in forme di comunicazione delirante) alla condivisione partecipata dell’accaduto.

In definitiva, ciò che determina la qualità della resilienza è la qualità delle risorse personali e dei legami che si sono potuti creare prima e dopo l’evento traumatico. Parlare in termini di resilienza vuol dire modificare lo sguardo con cui si leggono i fenomeni e superare un processo di analisi lineare, di causa ed effetto, per cui non è più corretto ragionare dicendo per esempio: “E’ stato gravemente ferito, quindi è spacciato per tutta la vita!”




Il profilo della Resilienza

Se volessimo tracciare un profilo della persona resiliente, questa dovrebbe possedere le seguenti caratteristiche:

– Sopporta i dolori senza lamentarsi e regge le difficoltà senza disperarsi;

– Ha il coraggio di intraprendere con consapevolezza una via che sa essere tortuosa o, comunque, non la più semplice;

– Ama la vita per quello che è nel presente, e coltiva una propria spiritualità e virtù che moderano i timori di morte;

– Ricorda di essere esposta al pericolo in quanto mortale, e nel contempo affronta ciò che lo ostacola per cercare di superarlo con saggia audacia.

sabato 7 febbraio 2015

MORMANNO. Storia di un paese.

Posto a 840 metri, il territorio è completamente inserito nel perimetro del Parco Nazionale del Pollino, la cittadina si estende, dalle propaggini del Monte Costapiana al vallone Posillipo.

Collocate  su quattro colli  le abitazioni del vecchio centro storico.

Il più antico nucleo abitato è quello della "Costa", sul colle dell’Annunziata,
seguono: "San Michele"; "Torretta"; "San Rocco".


                                                                          Panorama



                                                                   Panorama dal Faro.






La Costa ...una volta.




                        Faro Votivo

L’origine di Mormanno, così come il significato del toponimo è avvolta dal mistero.

Secondo un’ipotesi di studiosi locali la nascita risalirebbe alla venuta dei longobardi in Calabria i quali insediarono uno o più "arimanni" sul colle della “Costa” che dominava la Valle del Lao a nord ed il Pantano a sud, località dalle quali si snodavano due importanti vie di comunicazioni.

"Arimanni" è un termine tipicamente longobardo, che venne tradotto in latino come "exercitales", ossia "uomini dell'esercito" (da Heer-, esercito e -Mann, uomo).
Nella società longobarda, l'Arimanno non era tuttavia un soldato nel senso in cui lo intenderemmo oggi: Arimanni erano tutti e soli i maschi longobardi liberi, e quindi non tanto in dovere, quanto in diritto di portare le armi e membri di un esercito che non era un'organizzazione separata, ma la nazione stessa perennemente in armi. Come corollario, l'Arimanno deteneva in esclusiva la pienezza dei diritti civili, quale ad esempio la capacità di possedere delle terre, e non era tenuto a svolgere alcun altro lavoro che non fosse il mestiere delle armi.

Da questo primordiale posto di guardia longobardo si sarebbe successivamente sviluppato l’antico centro abitato.

L’origine Longobarda di Mormanno sarebbe avallato dal fatto che in un’agiografia di San Leoluca da Corleone compaiono i “ Montium Miromanorum” presso i quali il Beato si sarebbe recato per venti giorni e venti notti per fare penitenza a seguito di uno screzio avuto con i confratelli.

Tale circostanza pose l’interrogativo al prof. Eduardo Pandolfi, che per primo venne in possesso della citata biografia, se i monti “Miromanurum” avessero dato origine al nome della Motta originaria o, viceversa, se dal nome della Motta fosse derivato quello dei monti.

Se fosse valido il secondo assunto si potrebbe sostenere che Mormanno esistesse prima della venuta in Calabria (IX sec.) del Beato Leoluca da Corleone.

Il nome potrebbe aver avuto origine dal personale germanico Marimannus o Merimanno.
Potrebbe anche riferirsi alla suddetta presenza di militari germanici, gli arimanni.

In un documento di non accertata autenticità redatto agli inizi del XII secolo appare il nome di terram Miromanum ceduta da Ugo di Chiaromonte, feudatario d’origine francese dell’omonimo paese lucano e vassallo del citato principato, a tale Sasso o Sassone, vescovo di Cassano allo Jonio.

Il toponimo Muromannas, figura in un testo greco nell’anno 1092.

Nel 1108 in una nota dotale si parla di beni posseduti a Muromana da tale Trotta figlia di Altruda.
L’atto è compilato dal papas Costantino, prete di Muromanas.
Nel 1195 un certo Pietro chiede ad Ilario, archimandrita del monastero di Carbone, di ornare la chiesa di S. Caterina di Muromannas.

Nel 1274 in un documento diretto al vescovo di Cassano allo Jonio, appare: “Miromagna in quo sunt fucularia hominum ultra ducentum et tres et valet annuatim auri unciae XXXVI” .

In uno scritto della cancelleria Angioina (Napoli archivio di Stato vol. 155 intitolato Carolus II), al foglio 992 datato 27 luglio 1304, si riparla di Mormanno in una petizione rivolta al vescovo di Cassano allo Jonio per riottenere il diritto di pascolo che “li homini di Miromagne” avevano sul territorio di Layno.

Nel corso dei secoli il nome di Mormanno è apparso come: Miromagnum – Miromando – Mormando – Miromannum – Miromagna – Miromagno – Miromanno – Merimagnum – Murimanno – Mormannum – Mirimagum ed infine Mormanno.

Ma la tesi alla quale sono più affezionati gli abitanti di Mormanno, sostenuta da diversi scrittori, è quella seconda la quale il toponimo originerebbe dalla scomposizione di “Miromagnum” in “miro magnum” (ammiro il grande) quindi GRAN PANORAMA il quale,, in effetti, è quello che affaccia sulla Valle del Lao fino a perdersi sulle possenti montagne lucane del Sirino e dell’ Alpe di Latronico.









                                                                  Santa Croce

sabato 10 gennaio 2015

DATE BELLEZZA.

La bellezza è l'insieme delle qualità percepite tramite i cinque sensi, che suscitano sensazioni piacevoli che attribuiamo a concetti, oggetti, animali o persone nell'universo osservato, che si sente istantaneamente durante l'esperienza, che si sviluppa spontaneamente e tende a collegarsi ad un contenuto emozionale positivo, in seguito ad un rapido paragone effettuato consciamente od inconsciamente, con un canone di riferimento interiore che può essere innato oppure acquisito per istruzione o per consuetudine sociale.

Nel suo senso più profondo, la bellezza genera un senso di riflessione benevola sul significato della propria esistenza dentro il mondo naturale.

Il bello per Aristotele e Platone è il "Vero".

Tutto con la poesia si traduce in versi mostrando gioia, dolore, angoscia.

Il poeta Ugo Fasolo, in una sua poesia, dal titolo "Date Bellezza", ci avverte con un monito tragico che la mancanza di Bellezza conduce l’uomo alla morte.

Egli dice: «più del pane c’è bisogno di bellezza», poiché «il pane sazia i vostri ventri», ma «non placa l’angoscia d’essere e il pianto», e ammonisce i ricchi ad investire i loro capitali in bellezza; attraverso gli uomini che hanno «il dono della forma armoniosa» (cioè gli artisti), lancia l’invito a costruire «statue e templi», per «non morire in ansia di Bellezza».

Il poeta ha nostalgia, malinconia, rimpianto, desiderio, struggimento al ricordo dei tempi passati, ma carichi di significato.

Il poeta si accorge infine che anche il rapporto dell’uomo con Dio viene meno, si spegne, si nega senza Bellezza.

Date bellezza


Date bellezza agli uomini che gridano

il pane e l’odio, cercate bellezza

per gli uomini affamati e d’occhi rossi

conturbati in disperazione,

irosi chiedono il pane poiché non lo sanno

di morire per fame di bellezza.

Il pane è della membra; il cibo uguale

agli uomini e alle bestie sazia i ventri

dentro annodati d’ombra. Ma chi placa

l’angoscia d’essere, il pianto del cuore,

e del passato e futuro ci accresce?

La rosa incurva i petali e splende;

e i poeti tutti, gli artisti e i musici,

a cui è dono la forma armoniosa,

sciolgano il torbido e inquieto sgomento

delle rovine e tornino alla gioia.

L’ansia dell’uomo che va sulla terra

non è di terra; anche amaro è l’amplesso

senza possesso di bellezza. E voi

che detenete potenza e danaro,

e coltivate terre e molte navi,

non dilatata solo nere fabbriche,

imbiancati ospedali o nuove macchine,

ma radunati gli uomini che sanno

le forme intende al ritmo dello spazio,

destate templi sopra le colline,

palazzi splendidi nel volto perpetuo

della bellezza. È il nostro canto d’uomini

e l’abbiamo rinnegato con Dio;

perciò moriamo in ansia di bellezza.

(Ugo Fasolo,  da L’Isola assediata,  Venezia 1957)


Questa poesia richiama l’educazione classica e la forma di bellezza che l’uomo dovrebbe rincorrere e riscoprire sempre, poiché l’incertezza del pensiero e dei costumi porta alla decomposizione degli spiriti, e l’allontanamento dalla Bellezza porta alla crisi interiore, alla perdita del senso e allo smarrimento, conseguenze dovute al distacco dalla «Forma» e dalle sue radici metafisiche.

In effetti la mancanza di Bellezza mortifica l’essenza spirituale dell’uomo; senza la Bellezza non si realizza la sua ispirazione alla pienezza, non si colma la sete di Verità e di Assoluto.

La poesia è uno dei gradini di quella lunga scala del processo educativo che ci siamo proposti di salire, anche se faticosamente, per raggiungere la vera Bellezza, quella Bellezza che ci rende liberi.

La Bellezza ci fa scoprire di essere creature di un mondo bello.

E Platone scrive nel Fedro che «la Bellezza è l’unica essenza ad essere visibile».

domenica 21 settembre 2014

IL PARADISO E L’INFERNO

                                                    Mahatma Gandhi

Un sant’uomo ebbe un giorno da conversare con Dio e gli chiese:
«Signore, mi piacerebbe sapere come sono il Paradiso e l’Inferno» 

Dio condusse il sant’uomo verso due porte.
Ne aprì una e gli permise di guardare all’interno.
C’era una grandissima tavola rotonda.
Al centro della tavola si trovava un grandissimo recipiente contenente cibo dal profumo delizioso.
Il sant’ uomo sentì l’acquolina in bocca.
Le persone sedute attorno al tavolo erano magre, dall’aspetto livido e malato.
Avevano tutti l’aria affamata.
Avevano dei cucchiai dai manici lunghissimi, attaccati alle loro braccia.
Tutti potevano raggiungere il piatto di cibo e raccoglierne un po’, ma poiché il manico del cucchiaio era più lungo del loro braccio non potevano accostare il cibo alla bocca.
Il sant’uomo tremò alla vista della loro miseria e delle loro sofferenze.
Dio disse: “Hai appena visto l’Inferno”.
Dio e l’uomo si diressero verso la seconda porta.
Dio l’aprì.
La scena che l’uomo vide era identica alla precedente.
C’era la grande tavola rotonda, il recipiente che gli fece venire l’acquolina.
Le persone intorno alla tavola avevano anch’esse i cucchiai dai lunghi manici.
Questa volta, però, erano ben nutrite, felici e conversavano tra di loro sorridendo.
Il sant’uomo disse a Dio : «Non capisco!»
– E’ semplice, – rispose Dio, – essi hanno imparato che il manico del cucchiaio troppo lungo, non consente di nutrire sé’ stessi….ma permette di nutrire il proprio vicino.
Perciò hanno imparato a nutrirsi gli uni con gli altri!
Quelli dell’altra tavola, invece, non pensano che a loro stessi…
Inferno e Paradiso sono uguali nella struttura… La differenza la portiamo dentro di noi.
Mi permetto di aggiungere…
“Sulla terra c’è abbastanza per soddisfare i bisogni di tutti ma non per soddisfare l’ingordigia di pochi.
I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni.
Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo”.

-Mahatma Gandhi.-

sabato 29 marzo 2014

PAPA FRANCESCO IN CALABRIA NELLA DIOCESI DI CASSANO JONIO.

 
 

Papa Francesco sarà presto a Cassano. Lo ha annunciato oggi 29 marzo in Cattedrale monsignor Nunzio Galantino, vescovo della diocesi ionica e segretario generale della CEI.

" Giovedì, 27 Marzo 2014, assieme al Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, sono stato ricevuto in udienza privata (09,00 - 09,45) da Papa Francesco.
 Prima ancora che iniziasse il nostro dialogo intorno ai temi oggetto dell'udienza, il Santo Padre mi ha comunicato la sua intenzione di venire in visita a Cassano.
 Il settore addetto della Segreteria di Stato farà conoscere, spero entro la prossima settimana, la data esatta e le modalità di massima della visita che il Santo Padre farà alla nostra Diocesi.

Perché il Papa a Cassano?

 É stato il Papa stesso a dirmi quale motivo lo porta a farsi pellegrino nel nostro territorio. Innanzitutto mantenere la parola e quindi dare seguito a quanto Egli stesso aveva scritto ai "Sacerdoti, Consacrati e fedeli della Diocesi di Cassano all'Jonio".
 «Non ho ancora avuto il piacere di conoscervi di persona - scriveva Papa Francesco il 28 Dicembre 2013 - ma spero di poterlo fare presto».

Ed ecco realizzata la speranza e mantenuta la promessa; in risposta anche alla richiesta che i nostri Sacerdoti avevano avanzato in una lettera indirizzata al Santo Padre.
 «Desideriamo incontrarla e conoscerla - si leggeva in quella lettera -. Non ci basta incrociare il suo sguardo in televisione o sui giornali. E come possiamo avvicinarLa, se non ci viene incontro?».
Non solo.
 La visita del Papa vuole essere l'occasione per chiedere - guardandoci negli occhi e dopo averlo fatto per iscritto - di essere "compreso" e "perdonato" e, come Egli stesso mi ha ripetuto più volte Giovedì mattina, per "chiedere scusa".

La visita del Papa: un evento di Chiesa

 La visita del Santo Padre è un evento di Chiesa!
 Il Papa verrà per incontrare la Comunità di credenti che testimonia il Signore Risorto nel territorio della nostra Diocesi. Accanto alle motivazioni immediate che hanno provocato questa visita, la presenza del Santo Padre è un segno forte e concreto della vicinanza del Signore a un territorio - il nostro - che sente forte il bisogno di essere "confermato nella fede" e recuperato in maniera sempre più forte a una vita degna di essere vissuta.
 Gli episodi che hanno recentemente insanguinato in maniera efferata il nostro territorio - l'ultimo, la morte violenta di Padre Lazzaro - sono solo la spia eclatante di un disagio che attende risposte.
 E la nostra Chiesa non può limitarsi, come ho già detto in particolare ai Sacerdoti, a contare vittime o a celebrare funerali.
 La passione con la quale Papa Francesco sta testimoniando e traducendo in pratica il Vangelo non lascia alibi a nessuno. Tutti, come singoli e come comunità, dobbiamo "metterci del nostro" perché questa nostra terra sia realmente una terra benedetta.
E lo sarà nella misura in cui i credenti per primi sentiranno forte la passione di testimoniare Gesù, caricando di senso nuovo quanto "si è sempre fatto": se nonostante le tante forme di presenza religiosa il nostro territorio è costretto a registrare ancora violenza, sopraffazione, corruzione e disagi di ogni genere, vuol dire che il modo in cui noi, come Chiesa, viviamo, non tocca i bisogni veri e non incarna in maniera coerente il Vangelo che ci è stato affidato.

La visita del Papa: non solo evento di Chiesa

 Sì, la visita del Santo Padre è un evento di Chiesa.
 Ma proprio perché la Chiesa vive - e deve farlo sempre di più - per strada, la presenza del Santo Padre può e deve significare qualcosa anche per quanti non sono vicini alla Chiesa e comunque abitano il nostro territorio.
 La visita del Santo Padre sarà un evento importante anche per queste persone solo se tutti noi che siamo più direttamente interessati all'evento, sapremo prepararlo e viverlo evitando tutto ciò che può banalizzare un evento di grazia, come la presenza di Papa Francesco a Cassano.
Qualche prima ed immediata indicazione
 É per questo che mi permetto di dare qualche prima ed immediata indicazione, ripromettendomi di tornarvi sopra quando conosceremo anche i dettagli della visita pastorale del Santo Padre.
 So anche - conoscendo la buona fede di gran parte di voi - che quanto sto per dire può risultare superfluo. Ma permettete che lo dica lo stesso.
 1. La visita del Papa non può e non deve rappresentare un capitolo di spesa ingiustificata né per la Chiesa Diocesana né per le Amministrazione Comunali, in particolare per quella di Cassano.
 Per questo chiedo che non si proceda a interventi di maquillage occasionali, tesi solo a rendere la città ed il percorso presentabili agli occhi del Papa e del suo seguito. Se si prevede di realizzare qualche intervento, deve trattarsi di interventi strutturali e duraturi per il bene della città. Se proprio vogliamo realizzare qualche intervento che faccia ricordare con riconoscenza la visita del Santo Padre, si studi fin d'ora il risanamento di parti (anche limitate) della città nelle quali è ancora oggettivamente difficile vivere in maniera sicura e dignitosa. Anche se il Santo Padre non dovesse passare attraverso quei vicoli, sarebbe bello poter dire, ad esempio, che il risanamento di una parte del Centro storico o l'illuminazione di una parte di esso sono stati realizzati in occasione della visita del Papa.
 2. A nessuno è preclusa la possibilità di contribuire, nei modi e a seconda delle possibilità personali, alle spese che certamente comporterà la visita del Santo Padre. A patto però che tutto venga regolarmente registrato e reso pubblico da parte di un Comitato preparatorio. E poi, a patto che ci sia la consapevolezza da parte di eventuali donatori che il proprio contributo non dà diritto a trattamenti di preferenza o a prime file. Chi prevede di non poter accettare questa condizione è dispensato dal dare il proprio contributo.
 3. Colgo questa occasione per invitare a tenersi alla larga dalla tentazione di promettere trattamenti di favore o posti privilegiati a chicchessia. Né venite a chiederli a me. Gli unici privilegiati saranno gli ammalati e quanti da tempo vengono seguiti dalla Caritas Diocesana. La prima fila è per loro. A questo proposito, si studierà il modo di permettere una rappresentanza di tutto il territorio.
 4. Siamo tutti dispensati dal proporre luoghi o strutture particolari da far visitare al Santo Padre. So che tutte - per motivi storici, per ragioni morali ecc. - meritano grande attenzione. La visita del Papa prevede la sua presenza solo in luoghi che concorderemo con la Segreteria di Stato.
Chiedere scusa con i fatti! Ecco un modo serio per prepararci alla visita del Santo Padre
 Accanto - ma se volete anche prima e più che esteriormente - è necessario che tutti ci prepariamo ad accogliere Papa Francesco con gesti significativi.
 Come?
 Partendo dalla motivazione che il Papa stesso ha dato alla sua visita: «Vengo per chiedere scusa», ha detto.
 Voglio proporre ai singoli, alle comunità, alle associazioni, ai gruppi, ai movimenti e alle realtà che intendono prepararsi all'evento un percorso semplice e concreto.
 Pongo il percorso di preparazione alla visita del Papa sotto lo slogan: Anche noi vogliamo chiedere scusa. Consapevole, come ci insegna il Papa, che chieder scusa vuol dire impegnarsi a correggere ciò che non va bene.
 - Chiedere scusa ai poveri - quelli che girano per le nostre strade - per averli lasciati soli e senza voce, continuando - senza farci scrupolo - a sprecare sia personalmente sia comunitariamente.
- Chiedere scusa ai non credenti o agli indifferenti, quando abbiamo continuato a proporre e a vivere la nostra religiosità senza chiederci se quello che stavamo facendo o dicendo poteva avere un senso anche per loro.
- Chiedere scusa ai nostri ragazzi, quando abbiamo pensato con troppa facilità che bastassero le parole e abbiamo di fatto abdicato al dovere di essere esempi credibili per loro
 - Chiedere scusa ai nostri giovani, quando ci siamo accontentati di dire che essi "sono il futuro della società", ma ne abbiamo ignorato i bisogni reali e non abbiamo fatto niente per sostenere i loro sogni.
- Chiedere scusa al nostro territorio, spesso ridotto a luogo solo da sfruttare e da sfregiare - facendoci beffe di ogni forma di legalità - e non a luogo da far fruttificare per il bene comune.
 Buon lavoro a tutti.
 Il Signore accompagni il nostro cammino di preparazione all'incontro con Papa Francesco."

 

giovedì 13 marzo 2014

UN ANNO DI PAPA FRANCESCO.


Ore 18.50: eletto Bergoglio.

                                                                         


A Benedetto la prima telefonata.

Retroscena del conclave del 13 marzo.
La votazione annullata, poi l’applauso.

A Castel Gandolfo non sentono lo squillo, il colloquio avviene finalmente alle 20.45.




di Gian Guido Vecchi

L’ arcivescovo di Buenos Aires siede in seconda fila sul lato sinistro della Sistina e ha gli occhi fissi davanti a sé, verso i cardinali ai banchi di fronte e più in alto gli affreschi quattrocenteschi con le storie di Cristo, le «Tentazioni» di Botticelli, il Ghirlandaio e la «Vocazione dei primi apostoli», la «Consegna delle chiavi a Pietro» del Perugino, ma è come se il suo sguardo andasse oltre o piuttosto fosse rivolto all’interno, l’aria assorta, «tranquillo e raccolto» lo descrivono, al suo fianco il grande amico francescano Cláudio Hummes gli ha posato un istante la mano sull’avambraccio, un gesto di conforto, quasi ci siamo, non c’è bisogno di dire nulla. «Bergoglio... Bergoglio...Bergoglio...».

Mercoledì, 13 marzo 2013, secondo giorno del conclave. Alcuni confratelli hanno tenuto a mente un’ora che non sarà segnata da nessuna parte, il momento dell’elezione: sono le 18.50 quando il cardinale argentino supera il quorum di 77 voti e gli applausi dei porporati al nuovo Papa sovrastano la voce del cardinale scrutatore (sul Corriere della Sera oggi in edicola quattro pagine di speciale sull’elezione del Papa). La lettura delle schede prosegue, i numeri sono segreti ma i consensi vanno ben oltre la soglia dei due terzi, alla fine Jorge Mario riceverà una novantina di voti su 115 elettori. Solo sedici minuti più tardi, alle 19.06, una fumata beffarda - dapprima una bava nerastra che vira al grigio chiaro e poi la sbuffata bianca, bianchissima - segnalerà al pianeta che la Chiesa cattolica è guidata dal 265° successore di Pietro. Per sapere chi è, ci vorrà ancora un’ora abbondante: l’annuncio del protodiacono Jean-Louis Tauran alle 20.12, Habemus Papam , e il nuovo pontefice che alle 20.24 si affaccia alla Loggia delle Benedizioni, «fratelli e sorelle, buonasera!». Ma in quell’istante sospeso, alle sette meno dieci, mentre il cardinale Hummes abbraccia e bacia il suo vecchio amico e gli mormora: «Non dimenticarti dei poveri!», piazza San Pietro è una distesa di ombrelli e bandiere e il mondo intero si diverte a fissare un gabbiano che zampetta sotto la pioggia accanto al comignolo della Cappella, l’unico e invidiatissimo essere vivente fuori dalla Sistina che potrebbe arrivare a cogliere qualcosa di ciò che sta accadendo là dentro.

LA SESTA VOTAZIONE
Il primo scrutinio martedì pomeriggio e da mercoledì quattro al giorno, fra mattina e pomeriggio. Il ritmo del conclave è serrato ma subisce un piccolo intoppo. Un anno dopo, a sentire alcuni cardinali, si conferma ciò che la giornalista argentina Elisabetta Piqué ha scritto nel libro «Francesco, vita e rivoluzione», l’elezione è avvenuta in realtà alla sesta votazione perché la quinta, dopo il primo scrutinio pomeridiano che già aveva visto Bergoglio sfiorare il quorum, è stata annullata: le schede sono dei semplici fogli di 20 centimetri per 14, in alto è stampato Eligo in Summum Pontificem e sotto c’è una riga sulla quale scrivere il nome; nella conta prima dello spoglio ci si è accorti che ce n’era una in più, 116 anziché 115, a un cardinale è rimasto attaccato un secondo foglio bianco dietro a quello sul quale ha votato. Così, «per sicurezza» e «fare le cose per bene», si decide di ripetere il voto del quale ormai tutti immaginano l’esito. Ma ci vuole ancora un po’ di tempo. L’urna è posata sul tavolo degli scrutatori, ai piedi del Giudizio Universale. Testor Christum Dominum, qui me iudicaturus est, me eum eligere, quem secundum Deum iudico eligi debere . La frase viene ripetuta ad ogni votazione, centoquindici volte. I cardinali si avvicinano uno per uno, davanti a sé il Gesù di Michelangelo che separa in un gesto i dannati dai salvati: «Chiamo a testimone Cristo Signore, il quale mi giudicherà, che il mio voto è dato a colui che, secondo Dio, ritengo debba essere eletto».

«SONO UN PECCATORE»
E ora la scelta è compiuta, nella Sistina ancora chiusa al mondo l’ultimo dei tre scrutatori ha finito di legare insieme le schede infilando ago e filo sulla parola eligo di ciascun foglio, i pacchetti delle tre votazioni pomeridiane saranno bruciati in una piccola stufa cilindrica in ghisa che si usa dall’elezione di Pio XII nel 1939 mentre la seconda stufa quadrangolare che debuttò nel 2005 è quella con i fumogeni bianchi o neri che dovrebbero rendere più chiaro il segnale all’esterno. Il Giovanni Battista Re si avvicina a Bergoglio e lo invita ad andare verso la parete del Giudizio. Rivolto ai cardinali, l’eletto dovrà rispondere alle due domande fondamentali poste in latino dal decano del Conclave. Re gli chiede se accetta l’elezione, anzitutto: Acceptasne electionem de te canonice factam in Summum Pontificem ? E qui il gesuita argentino comincia a mostrare lo stile che presto il mondo imparerà a conoscere. Anche lui risponde in latino, ma va oltre l’accepto di prassi. Peccator sum, sed super misericordia et infinita patientia Domini nostri Iesu Christi confidus et in spiritu penitentiae accepto . Il nuovo Papa accetta «in spirito di penitenza» riconoscendosi anzitutto come un peccatore che confida «nella misericordia e infinita pazienza di Nostro Signore Gesù Cristo». I frutti della spiritualità di sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, la pazienza e la misericordia. All’inizio c’è già tutto. Del resto l’opera d’arte più amata da Bergoglio è la «Vocazione di Matteo» del Caravaggio, il suo motto episcopale Miserando atque eligendo è tratto da un commento di Beda il Venerabile a un passo dell’evangelista: «Vide Gesù un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: seguimi».

FRANCESCO
E non finisce qui. Quando il cardinale Re gli chiede come vorrà chiamarsi da Papa, Quo nomine vis vocari ?, Bergoglio sillaba tra lo stupore dei cardinali: Vocabor Franciscus . Francesco. Mai nessun pontefice aveva scelto il nome del santo di Assisi. «Non dimenticarti dei poveri», gli aveva detto il francescano Hummes. Quattro giorni più tardi sarà lo stesso Papa, portando l’indice al petto, a raccontare: «Quella parola è entrata qui: i poveri, i poveri... Poi, subito, in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E Francesco è l’uomo della pace. E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi... Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!».
Così è arrivato il momento di varcare la porticina a sinistra della parete di fondo, da lì un corridoio conduce alla cosiddetta «stanza delle lacrime», un piccolo ambiente austero dalle volte a crociera nel quale, accanto a una statua della Madonna con Bambino, sono state preparate tre vesti bianche di misure differenti e sette paia di calzature morbide. Il pontefice indossa la talare bianca e lo zucchetto ma declina la mozzetta bordata di pelliccia e la croce pettorale d’oro che gli porge il cerimoniere Guido Marini, si tiene quella di ferro che ha sempre portato da vescovo come le sue vecchie scarpe ortopediche nere. Di ritorno nella Sistina, Francesco dovrebbe sedersi sul trono di fronte all’altare per ricevere l’omaggio dei cardinali e invece è il Papa ad attraversare la Cappella per salutare ed abbracciare il cardinale indiano Ivan Dias, malato e in sedia a rotelle. Quindi torna indietro e non si siede né sale sulla pedana, ma resta semplicemente in piedi ad accogliere uno per uno i porporati, tra la lettura del Vangelo (Tu es Petrus ) e la preghiera con il canto del Te Deum .

LA TELEFONATA
Dalle 20 del 28 febbraio si è compiuta la «rinuncia» e Ratzinger si è ritirato con discrezione a Castel Gandolfo. Tredici giorni più tardi, come svariati milioni di persone nel mondo, Benedetto XVI ha visto in televisione la fumata bianca ed è in attesa di sapere chi gli succederà quando Francesco, uscito dalla Sistina, fa un cenno all’arcivescovo Georg Gänswein, che si trova lì come prefetto della Casa pontificia, e gli chiede di parlare con il predecessore. Intanto Bergoglio ha chiamato accanto a sé Hummes, «resta con me in questo momento», e il suo Vicario per Roma, Agostino Vallini; con loro è andato nella Cappella Paolina e i due cardinali sono rimasti un po’ indietro mentre il Pontefice si raccoglieva in preghiera sotto l’ultimo capolavoro affrescato dal vecchio Michelangelo, la «Crocifissione di Pietro». Dal Vaticano chiamano Castel Gandolfo ma non risponde nessuno, ormai è tempo che Francesco si mostri al mondo. Monsignor Alfred Xuereb, oggi segretario di Bergoglio, sorride: «Con Benedetto XVI siamo rimasti davanti alla tv e non abbiamo udito! Eravamo a cena quando alle 20.45 si è sentita la telefonata...». Il segretario risponde, gli passano il Papa e lui porge il cordless a Ratzinger. È lo stesso monsignore a ricordare le prime, straordinarie parole rivolte dal Papa emerito al successore, un unicum in duemila anni. Benedetto XVI lo ha visto invitare i fedeli a pregare «tutti insieme» per lui e dice a Francesco: «La ringrazio, Santo Padre, la ringrazio che abbia subito pensato a me, e le prometto da subito la mia obbedienza e la mia preghiera...».

DALLA FINE DEL MONDO
«Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo, ma siamo qui ...». Per il mondo è una sorpresa, quel gesuita argentino che conquista subito i fedeli con parole e gesti ad un tempo semplici e raffinati: un Papa che si presenta anzitutto come vescovo della Chiesa di Roma «che presiede nella carità tutte le Chiese» - la citazione ecumenica è di Sant’Ignazio di Antiochia, un Padre della Chiesa indivisa dell’inizio del II secolo - e prima di benedire la piazza e augurare a tutti «buona notte e buon riposo» domanda, lui, ai fedeli una preghiera silenziosa a Dio, «la preghiera del popolo che chiede la benedizione per il suo vescovo», e china il capo. Ma nel Conclave le cose avevano cominciato a muoversi da martedì sera. Dopo la prima fumata nera, scontata, alle 19,41, si torna a Santa Marta per la Cena e Bergoglio è l’immagine della serenità, consuma un passato di verdure mentre conversa con il connazionale Leonardo Sandri, alle prese con una brutta influenza, e attinge agli studi superiori di chimica per consigliargli le dosi di antibiotici. Poi va subito a letto. All’esterno, nei media, il suo nome non viene considerato, per quanto autorevolissimo: era già candidato nel 2005 ma ora ha 76 anni, dopo la «rinuncia» di Ratzinger la convinzione generale è che il successore non supererà i 75, l’età della pensione per i vescovi. Ma i cardinali non ragionano così. E il suo intervento nelle Congregazioni prima del Conclave ha lasciato il segno, a posteriori suona come il programma del pontificato: la Chiesa chiamata a «uscire da se stessa» verso le «periferie geografiche ed esistenziali», il male della «mondanità spirituale», c’è già tutto. Dopo i veleni curiali tra gli elettori si avverte la necessità di cambiare aria, una spinta crescente a guardare «oltre l’Europa» e in particolare all’America Latina. I cardinali considerati favoriti alla vigilia, dall’italiano Angelo Scola a Odilo Pedro Scherer, brasiliano ma etichettato come candidato dei «curiali», si bloccano ben presto. Il quorum dei due terzi, che Ratzinger ha voluto restasse anche all’eventuale ballottaggio dopo undici giorni, esclude resistenze e blocchi contrapposti. Bergoglio invece ha superato subito la ventina di voti e cresce, al terzo scrutinio supera i cinquanta, mercoledì a pranzo la situazione è ormai chiara. Dopo l’elezione e la benedizione da San Pietro, la berlina targata SCV1 attende il pontefice accanto alla Basilica per portarlo a Santa Marta, ma lui sceglie di salire nel pulmino assieme agli altri cardinali, si cena tutti assieme, poi rientra nella sua stanza, la 207. Poche ore di sonno e già ci sarebbero i sarti pronti a prendere le misure, ma lui congeda tutti: «Prima si va dalla Madonna». L’alba del nuovo pontificato è l’uscita verso Santa Maria Maggiore e, al ritorno, una sosta alla reception della Casa del Clero di via della Scrofa, dove alloggiava in attesa del Conclave e aveva lasciato il biglietto di ritorno per Buenos Aires: prima di rientrare in Vaticano, Francesco paga il contro dell’albergo.


FONTE: www.corriere.it/cronache/14_marzo_09/ore-1850-eletto-bergoglio-benedetto-prima-telefonata-ad3d438a-a75b-11e3-bf4d-b6feeb905a15.shtml?google_editors_picks=true

venerdì 10 gennaio 2014

IL BUONO, IL BRUTTO E IL CATTIVO.

Il buono, il brutto e il cattivo è un film del 1966  diretto da Sergio Leone. Nel cast figurano in particolare, oltre agli altri, attori del calibro di Clint Eastwood,  Eli Wallach, Lee Van Cleef e Aldo Giuffré.
Tra i più celebri film western della storia del cinema, è considerato la quintessenza del fortunato genere spaghetti-western.
Il film fu realizzato con l'approvazione del regime franchista e l'assistenza tecnica dell'esercito spagnolo. Il cast includeva inoltre 1500 soldati locali.
La preparazione del triello finale e del cimitero ha richiesto una cura maniacale e un grande impegno da parte di scenografi italiani e spagnoli, coordinati dall'allora aiuto scenografo Carlo Leva.
L'ossessione del regista per i dettagli, aspetto per altro già noto fin dai suoi primissimi lavori, assunse quasi una connotazione leggendaria.
La colonna sonora del film fu composta da Ennio Morricone, frequente collaboratore di Leone e si combina perfettamente con lo scenario della guerra di secessione americana.